mercoledì 11 ottobre 2017

Conferenza internazionale a Londra sulla libertà di coscienza e di espressione

LONDRA – Un resoconto di Luciana Piddiu sulla conferenza internazionale del mondo mussulmano che a fine luglio 2017 si è confrontato sulla libertà di coscienza e di espressione.

Si è chiusa  con un’attività di bodypainting, la Conferenza Internazionale sulla libertà di coscienza e di espressione, tenutasi  a luglio a Londra e  definita dagli organizzatori ll più grande raduno di ex-musulmani della storia !
Per giorni centinaia di intellettuali, spesso giovani, che vivono nell’incubo di attentati, o rischiano severe condanne penali solo perché non credono più nella religione islamica, hanno discusso le migliori strategie da seguire. Sono arrivati da ogni parte del mondo e le misure di sicurezza sono impressionanti. Abbiamo appreso del luogo della Conferenza, un bell’albergo al Covent Garden, solo il giorno prima dell’apertura dei lavori, impegnandoci a non farne parola con nessuno.
L’aria che si respirava nelle belle sale e’ stata straordinaria. Il confronto serrato si e’ svolto  in un clima di grande rispetto; solo qualche momento di tensione quando Inna Schevchenko, leader di Femen, argomenta polemicamente che le religioni tutte, e non solo quella islamica, sono dei virus mortali da cui liberarsi. O quando, sul fronte opposto, interviene Ani Zonneveld, nata in Malesia, che è imam e guida spirituale di una comunità islamica a Los Angeles e, fervida credente, si batte per riformare la religione di Maometto impregnandola di valori progressisti.
Ma l’anima di questa tre giorni è certamente l’iraniana Maryam Namazie. Si batte da
anni perché siano riconosciuti i diritti di tutti, credenti e non. A molti invitati è stata impedita la partecipazione e Maryam sottolinea la necessità di lottare anche per loro. “Siamo lo tsunami che sta arrivando” così conclude il suo intervento.
Grandi emozioni quando sale sul palco la giovanissima Sadia Hameed, cittadina
inglese di origini pakistane, che termina il suo intervento con gli occhi pieni di lacrime. Racconta di quando disse alla famiglia che aveva perso la fede e il commento del padre fu terribile: “Avrei dovuto strangolarti alla nascita.” Parla della lunga segregazione in casa, resa atroce dal dolore di essere rifiutata dai genitori e dal terribile suicidio del fratello. In molte enclave di immigrati di religione islamica delle nostre metropoli essere non- credenti è ancora un marchio d’infamia che distrugge l’onore dell’intero clan familiare.
L’acme della prima giornata si tocca con la proiezione di un documentario molto crudo. Testimonia l’uccisione a colpi di machete, per strada, di Avijiti Roy, ingegnere americano di origine bengalese, che aveva fondato un blog per la diffusione del libero pensiero. È il 26 Febbraio 2016 e Avijiti si trova a Dhaka, la capitale, per presentare un suo libro insieme alla moglie Bonya Ahmed. È lei a raccontarci dal palco quello che è successo. Lei, che nel video compare, ricoperta del sangue del marito, sgozzato al suo fianco. Ora si batte perché gli islamisti responsabili del delitto non restino impuniti. Ma la cosa che più colpisce, in questa donna dallo sguardo fiero e malinconico, è l’uso di un linguaggio pacato. Nessuna parola di odio o intolleranza da parte sua. “Occorre educare a una visione scientifica per evitare il diffondersi del fanatismo religioso, ma bisogna anche capire che la religione è parte della cultura e la maggior parte delle persone è credente“.
I temi al centro della seconda giornata - la resistenza delle donne, il velo, comunitarismo e multiculturalismo - lasciano intravedere che si parlerà di misoginia e di sessismo e si andrà a fondo sulla condizione delle donne.
Zineb El Rhazoui è una giovane donna marocchina. Parla con veemenza e senza nulla concedere al politicamente corretto, della necessità di distruggere il fascismo islamico che avanza. “Quando ci sono attentati, stragi e decapitazioni; quando si documentano lapidazioni pubbliche in nome della religione islamica, subito si alzano le voci ‘Questo non è il vero Islam!’. Il vero Islam è una religione di pace. Dov’è questo vero Islam? Non mi interessa discutere di un’astrazione. Io voglio fermare quei musulmani in carne e ossa che uccidono e massacrano in nome della religione”.
Dello stesso tenore è l’intervento di Gona Saed, cofondatrice del Kurdistan Secular centre. Mette in guardia dal pericolo di sottovalutare il progetto politico dell’Islam radicale che si batte, ovunque, per l’applicazione della shaaria. In Occidente, per un malinteso senso di colpa per le politiche coloniali, si è concesso il lasciapassare a posizioni oltranziste e del tutto inconciliabili con i diritti umani universali. Nella liberale Inghilterra si praticano mutilazioni genitali femminili, segregazione di donne, matrimoni forzati in nome del rispetto della diversità culturale. Qualunque critica a queste pratiche viene tacciata di islamofobia. Ma il non criticare pratiche sociali così dissonanti con i nostri valori è - come sostiene la regista tunisina Nadia El Fani - una forma di razzismo verso i musulmani, giudicati implicitamente non all’altezza dei valori fondanti delle democrazie occidentali. Il multi-culturalismo si trasforma così in multi-ghettismo; una chiusura che opprime i più deboli, in primo luogo le donne e le bambine e schiaccia le minoranze, come gli omosessuali e i non-credenti.

La discussione non finisce certo con la conferenza di Londra ma da questo angolo particolare di osservazione si sprigiona una grande forza e una speranza che nasce da un’umanità consapevole e attenta, piena di spiritualità.

mercoledì 21 giugno 2017

LIBERTA' DI PAROLA E DI PENSIERO. IL CASO RICCI


Segnaliamo, appena uscito in rete, il blog http://www.iostocongiancarloricci.it

Il blog raccoglie tutti i materiali, i documenti, 
i messaggi di solidarietà, gli articoli dei giornali usciti 
sul caso Ricci, le accuse, l'interrogazione parlamentare. 
Il caso diventa un emblema della libertà di parola e di espressione, istanze essenziali oggi rispetto al funzionamento degli Ordini professionali e alla loro effettiva funzione. 

Parallelamente è stata aperta una petizione presso la piattaforma CitizenGo a favore di Ricci. 
Vai alla petizione: 

http://www.citizengo.org/it/sy/71437-liberta-di-pensiero-e-parola-giancarlo-ricci?m=5&tcid=36221187


venerdì 20 gennaio 2017

Edoardo Weiss tra psicoanalisi e diritto. Note di Giancarlo Ricci al libro di Francesco Migliorino

Pubblichiamo la presentazione di Giancarlo Ricci 
al libro di Francesco Migliorino  “Edoardo Weiss e la giustizia penale. Zone di contagio tra psicoanalisi e diritto” 
(Bonanno Editore, 2016)


“Zone di contagio tra psicoanalisi e diritto”, propone il sottotitolo di questo notevole libro scritto da Francesco Migliorino, ordinario di Storia del Diritto a Catania e attento studioso che si è inoltrato in sentieri inediti e spesso scomodi, come testimoniano diversi suoi libri dedicati all’esplorazione di alcuni angoli dell’agire sociale pubblico e  della costruzione della soggettività moderna. 

La zona di contagio esplorata in questo libro, Edoardo Weiss e la giustizia penale (Bonanno Editore 2016), riguarda una particolare vicenda accaduta lungo la storia della psicoanalisi italiana. Occorre risalire all’inizio del ’900, quando Sigmund Freud nella sua Vienna asburgica tiene una lezione dinanzi agli studenti della Facoltà giuridica viennese che sotto la guida di Alex Loeffler avevano avviato una ricerca intorno a una particolare tecnica denominata “diagnostica del fatto”. Si trattava di ottenere, mediante associazioni verbali richieste a testimoni o indagati, un “accertamento obiettivo della verità”. Il testo di Freud intitolato Diagnostica del fatto e psicoanalisi (1906) espone una serie di parallelismi tra il “compito del terapeuta” e quello del “giudice istruttore”. La questione è ben più complessa e sottile di quanto possa sembrare. Nel testo freudiano troviamo inanellati una serie di problematiche assolutamente di rilievo tra cui il tema della verità, della colpa, della menzogna, del crimine, del segreto. Evidentemente ciascuna di queste istanze aprono congetture, ipotesi e orizzonti che Freud esplora con rigore.

 “Bisognava guardarsi, osserva Migliorino, da un uso avventato della tecnica d’indagine psicoanalitica, tanto più se applicata al campo della giustizia”. Anche il sodalizio del padre della psicoanalisi con Carl Gustav Jung, che si stava dedicando a ricerche sulle libere associazioni, ha avuto una sua rilevanza. Jung aveva pubblicato, nel 1908, “Le nuove vedute della psicologia criminale. Contributo al metodo della diagnosi della conoscenza del fatto”. 
A partire da quegli anni si viene dunque a creare un fecondo clima di confronto in cui diritto, criminologia e psicoanalisi incominciano a dialogare. Il suo epicentro è a Vienna ma ben presto si diffonde in tutta Europa, dalle aule di Monaco della clinica psichiatrica di Kraepelin alle sale dell’ospedale cantonale di Zurigo in cui operava Bleuler. Successivamente anche Trieste e Roma diventano significativi poli di riferimento. “Nel cuore d’Europa – osserva Migliorino - lo sfrenato scientismo d’impianto positivistico sembrava perdere influenza a favore di un approccio più attento alle dinamiche che trascendevano il dato meramente organico”. Nei due decenni successivi l’Italia rimarrà, tranne rare eccezioni (L. Baroncini, G. Modena, R. Assagioli), ai margini di quel fruttuoso rapporto tra psichiatria e psicoanalisi. La pesante ipoteca lombrosiana che si insinuava nelle istituzioni medicali con la sua antropologia criminale esercitava una forte avversione per l’inconscio freudiano.
Un punto di svolta, anche se tardivo, avviene per iniziativa di Edoardo Weiss che trasferitosi da Trieste a Roma, verso gli inizi degli anni ’30 qui riesce a costruire una fitta rete di relazioni con i giuristi e i criminologi che ruotano attorno alla prestigiosa rivista “La Giustizia penale”. Quest’ultima costituisce ben presto un polo di dialogo per quello “sparuto gruppo romano” che si era raccolto attorno a Weiss, l’unico vero allievo italiano di Freud, che nel ’32 risulta tra i fondatori della Società Psicoanalitica Italiana. Quando nel 1934 le gerarchie cattoliche ottengono la chiusura della “scandalosa Rivista Italiana di Psicoanalisi”, la Società Psicoanalitica Italiana “poté ancora dar voce ai suoi saggi e alle sue traduzioni tra le pagine di quella rivista giuridica”, un dato questo – afferma Migliorino – finora ignorato dalla storiografia della psicoanalisi e del diritto”. In definitiva “Weiss fece sì che la psicoanalisi avesse un suo specifico spazio in una rivista a dir poco stravagante rispetto alla formazione culturale dei nostri pionieri, ma che offriva il vantaggio di una vasta diffusione nell’ambiente accademico e tra gli operatori del diritto”. Dunque dal 1932 al 1937 appaiono su “La Giustizia penale”, diretta da Gennaro Escobedo, numerosi saggi, recensioni o segnalazioni, interventi che tengono conto anche della produzione teorica francese e ispano-americana. Weiss fu ben attento a non inseguire i criminologi sul loro terreno. E ad articolare l’istanza della legge e del Super-io tra la dualità delle “potenze” psichiche, Eros e Thanatos. Furono le infami leggi raziali e i venti di guerra del 1938 a porre fine a questo insolito sodalizio tra diritto e psicoanalisi. Nello stesso anno, come afferma Migliorino, “entrambi sopraffatti da un presente il cui passato non avevano contribuito a creare”, Freud si rifugia a Londra e Weiss si trasferisce a Chicago.


Un saggio, dunque, scritto come un racconto; circostanziato, documentato, situato nel tormentato contesto storico di quegli anni. Ha il pregio di aprire uno sguardo inedito sulla storia della psicoanalisi nel nostro paese, sulla sua origine, sui suoi passi così incerti, difficili ma, in un certo senso, anche fecondi. L’ampia parte antologica del libro riporta gli articoli usciti tra il 1932 e il 1938 sulle pagine di “La Giustizia penale”. Tra i vari autori, oggi sconosciuti, che compaiono nell’indice del libro, troviamo più volte il nome di Weiss. Sono quattro i suoi saggi: Il delitto considerato quale equivalente dell’autoaccusa (1932), Libido e aggressione (1932), Fondamenti della psicoanalisi (1932), Il Super-Io (1936). Nel loro stile e nei loro contenuti riecheggia quel desiderio di forgiare i pensieri verso una rigorosa architettura metapsicologica, cercando di imprimere al lavoro di ricerca quello spirito che aveva contraddistinto l’impresa freudiana. 
C’è forse qualcos’altro che serpeggia in questo libro. Nella “zona di contagio” tra psicoanalisi e diritto, spicca la questione nodale della connessione tra senso di colpa e crimine. Proprio nel saggio del 1906 (Diagnostica del fatto e psicoanalisi) Freud ipotizza una differenza essenziale e strutturale tra sentimento di colpa (cosciente) e senso di colpa inconscio. E’ un’ipotesi teorica dalle conseguenze ampie e inaspettate, le cui implicazioni sono riscontrabili tanto nella vita psichica quanto sul piano sociale. In un successivo saggio, Delinquenti per senso di colpa (1916), egli ribadisce la convinzione che il senso di colpa inconscio preceda il crimine, ovvero che l’atto criminoso debba essere considerato, in termini psichici, come un’espiazione del senso di colpa inconscio. I termini dunque si ribaltano: non è il crimine a produrre il senso di colpa, ma il contrario. Ovvero il senso di colpa inconscio produce il crimine come espiazione. Questo rovesciamento prospettico è un filo rosso presente in tutta l’elaborazione freudiana successiva e che si dipanerà in varie direzioni, soprattutto verso l’analisi del disagio della civiltà.  Se pensiamo alle tragedie storiche che si preannunciano in quegli anni, non possiamo fare a meno di interrogarci come abbia potuto funzionare, nel nichilismo che si stava realizzando a livello mondiale, quella particolare logica che ha annodato, in modo unico nella storia dell’umanità, l’istanza del senso di colpa con reiterati e impensabili crimini di massa. 


Ciò che brilla nel pensiero di Freud - e in alcune pagine di questo libro ne scorgiamo alcune luminescenze - è che egli stesso abbia avuto la consapevolezza di aver intravisto, in termini teorici, quel fantasma mortifero, così sfuggente ed enigmatico, che si era manifestato negli anni antecedenti al primo conflitto mondiale e che ora, sul finire degli anni ’30, riappare implacabile.  Tutto ciò che accade dopo, sulla scena della civiltà, fa sì che le parole colpa e crimine risultino trasformate, quasi fossero attraversate da un demone che persiste ad abitare l’umano.