mercoledì 11 ottobre 2017

Conferenza internazionale a Londra sulla libertà di coscienza e di espressione

LONDRA – Un resoconto di Luciana Piddiu sulla conferenza internazionale del mondo mussulmano che a fine luglio 2017 si è confrontato sulla libertà di coscienza e di espressione.

Si è chiusa  con un’attività di bodypainting, la Conferenza Internazionale sulla libertà di coscienza e di espressione, tenutasi  a luglio a Londra e  definita dagli organizzatori ll più grande raduno di ex-musulmani della storia !
Per giorni centinaia di intellettuali, spesso giovani, che vivono nell’incubo di attentati, o rischiano severe condanne penali solo perché non credono più nella religione islamica, hanno discusso le migliori strategie da seguire. Sono arrivati da ogni parte del mondo e le misure di sicurezza sono impressionanti. Abbiamo appreso del luogo della Conferenza, un bell’albergo al Covent Garden, solo il giorno prima dell’apertura dei lavori, impegnandoci a non farne parola con nessuno.
L’aria che si respirava nelle belle sale e’ stata straordinaria. Il confronto serrato si e’ svolto  in un clima di grande rispetto; solo qualche momento di tensione quando Inna Schevchenko, leader di Femen, argomenta polemicamente che le religioni tutte, e non solo quella islamica, sono dei virus mortali da cui liberarsi. O quando, sul fronte opposto, interviene Ani Zonneveld, nata in Malesia, che è imam e guida spirituale di una comunità islamica a Los Angeles e, fervida credente, si batte per riformare la religione di Maometto impregnandola di valori progressisti.
Ma l’anima di questa tre giorni è certamente l’iraniana Maryam Namazie. Si batte da
anni perché siano riconosciuti i diritti di tutti, credenti e non. A molti invitati è stata impedita la partecipazione e Maryam sottolinea la necessità di lottare anche per loro. “Siamo lo tsunami che sta arrivando” così conclude il suo intervento.
Grandi emozioni quando sale sul palco la giovanissima Sadia Hameed, cittadina
inglese di origini pakistane, che termina il suo intervento con gli occhi pieni di lacrime. Racconta di quando disse alla famiglia che aveva perso la fede e il commento del padre fu terribile: “Avrei dovuto strangolarti alla nascita.” Parla della lunga segregazione in casa, resa atroce dal dolore di essere rifiutata dai genitori e dal terribile suicidio del fratello. In molte enclave di immigrati di religione islamica delle nostre metropoli essere non- credenti è ancora un marchio d’infamia che distrugge l’onore dell’intero clan familiare.
L’acme della prima giornata si tocca con la proiezione di un documentario molto crudo. Testimonia l’uccisione a colpi di machete, per strada, di Avijiti Roy, ingegnere americano di origine bengalese, che aveva fondato un blog per la diffusione del libero pensiero. È il 26 Febbraio 2016 e Avijiti si trova a Dhaka, la capitale, per presentare un suo libro insieme alla moglie Bonya Ahmed. È lei a raccontarci dal palco quello che è successo. Lei, che nel video compare, ricoperta del sangue del marito, sgozzato al suo fianco. Ora si batte perché gli islamisti responsabili del delitto non restino impuniti. Ma la cosa che più colpisce, in questa donna dallo sguardo fiero e malinconico, è l’uso di un linguaggio pacato. Nessuna parola di odio o intolleranza da parte sua. “Occorre educare a una visione scientifica per evitare il diffondersi del fanatismo religioso, ma bisogna anche capire che la religione è parte della cultura e la maggior parte delle persone è credente“.
I temi al centro della seconda giornata - la resistenza delle donne, il velo, comunitarismo e multiculturalismo - lasciano intravedere che si parlerà di misoginia e di sessismo e si andrà a fondo sulla condizione delle donne.
Zineb El Rhazoui è una giovane donna marocchina. Parla con veemenza e senza nulla concedere al politicamente corretto, della necessità di distruggere il fascismo islamico che avanza. “Quando ci sono attentati, stragi e decapitazioni; quando si documentano lapidazioni pubbliche in nome della religione islamica, subito si alzano le voci ‘Questo non è il vero Islam!’. Il vero Islam è una religione di pace. Dov’è questo vero Islam? Non mi interessa discutere di un’astrazione. Io voglio fermare quei musulmani in carne e ossa che uccidono e massacrano in nome della religione”.
Dello stesso tenore è l’intervento di Gona Saed, cofondatrice del Kurdistan Secular centre. Mette in guardia dal pericolo di sottovalutare il progetto politico dell’Islam radicale che si batte, ovunque, per l’applicazione della shaaria. In Occidente, per un malinteso senso di colpa per le politiche coloniali, si è concesso il lasciapassare a posizioni oltranziste e del tutto inconciliabili con i diritti umani universali. Nella liberale Inghilterra si praticano mutilazioni genitali femminili, segregazione di donne, matrimoni forzati in nome del rispetto della diversità culturale. Qualunque critica a queste pratiche viene tacciata di islamofobia. Ma il non criticare pratiche sociali così dissonanti con i nostri valori è - come sostiene la regista tunisina Nadia El Fani - una forma di razzismo verso i musulmani, giudicati implicitamente non all’altezza dei valori fondanti delle democrazie occidentali. Il multi-culturalismo si trasforma così in multi-ghettismo; una chiusura che opprime i più deboli, in primo luogo le donne e le bambine e schiaccia le minoranze, come gli omosessuali e i non-credenti.

La discussione non finisce certo con la conferenza di Londra ma da questo angolo particolare di osservazione si sprigiona una grande forza e una speranza che nasce da un’umanità consapevole e attenta, piena di spiritualità.

mercoledì 21 giugno 2017

LIBERTA' DI PAROLA E DI PENSIERO. IL CASO RICCI


Segnaliamo, appena uscito in rete, il blog http://www.iostocongiancarloricci.it

Il blog raccoglie tutti i materiali, i documenti, 
i messaggi di solidarietà, gli articoli dei giornali usciti 
sul caso Ricci, le accuse, l'interrogazione parlamentare. 
Il caso diventa un emblema della libertà di parola e di espressione, istanze essenziali oggi rispetto al funzionamento degli Ordini professionali e alla loro effettiva funzione. 

Parallelamente è stata aperta una petizione presso la piattaforma CitizenGo a favore di Ricci. 
Vai alla petizione: 

http://www.citizengo.org/it/sy/71437-liberta-di-pensiero-e-parola-giancarlo-ricci?m=5&tcid=36221187


venerdì 20 gennaio 2017

Edoardo Weiss tra psicoanalisi e diritto. Note di Giancarlo Ricci al libro di Francesco Migliorino

Pubblichiamo la presentazione di Giancarlo Ricci 
al libro di Francesco Migliorino  “Edoardo Weiss e la giustizia penale. Zone di contagio tra psicoanalisi e diritto” 
(Bonanno Editore, 2016)


“Zone di contagio tra psicoanalisi e diritto”, propone il sottotitolo di questo notevole libro scritto da Francesco Migliorino, ordinario di Storia del Diritto a Catania e attento studioso che si è inoltrato in sentieri inediti e spesso scomodi, come testimoniano diversi suoi libri dedicati all’esplorazione di alcuni angoli dell’agire sociale pubblico e  della costruzione della soggettività moderna. 

La zona di contagio esplorata in questo libro, Edoardo Weiss e la giustizia penale (Bonanno Editore 2016), riguarda una particolare vicenda accaduta lungo la storia della psicoanalisi italiana. Occorre risalire all’inizio del ’900, quando Sigmund Freud nella sua Vienna asburgica tiene una lezione dinanzi agli studenti della Facoltà giuridica viennese che sotto la guida di Alex Loeffler avevano avviato una ricerca intorno a una particolare tecnica denominata “diagnostica del fatto”. Si trattava di ottenere, mediante associazioni verbali richieste a testimoni o indagati, un “accertamento obiettivo della verità”. Il testo di Freud intitolato Diagnostica del fatto e psicoanalisi (1906) espone una serie di parallelismi tra il “compito del terapeuta” e quello del “giudice istruttore”. La questione è ben più complessa e sottile di quanto possa sembrare. Nel testo freudiano troviamo inanellati una serie di problematiche assolutamente di rilievo tra cui il tema della verità, della colpa, della menzogna, del crimine, del segreto. Evidentemente ciascuna di queste istanze aprono congetture, ipotesi e orizzonti che Freud esplora con rigore.

 “Bisognava guardarsi, osserva Migliorino, da un uso avventato della tecnica d’indagine psicoanalitica, tanto più se applicata al campo della giustizia”. Anche il sodalizio del padre della psicoanalisi con Carl Gustav Jung, che si stava dedicando a ricerche sulle libere associazioni, ha avuto una sua rilevanza. Jung aveva pubblicato, nel 1908, “Le nuove vedute della psicologia criminale. Contributo al metodo della diagnosi della conoscenza del fatto”. 
A partire da quegli anni si viene dunque a creare un fecondo clima di confronto in cui diritto, criminologia e psicoanalisi incominciano a dialogare. Il suo epicentro è a Vienna ma ben presto si diffonde in tutta Europa, dalle aule di Monaco della clinica psichiatrica di Kraepelin alle sale dell’ospedale cantonale di Zurigo in cui operava Bleuler. Successivamente anche Trieste e Roma diventano significativi poli di riferimento. “Nel cuore d’Europa – osserva Migliorino - lo sfrenato scientismo d’impianto positivistico sembrava perdere influenza a favore di un approccio più attento alle dinamiche che trascendevano il dato meramente organico”. Nei due decenni successivi l’Italia rimarrà, tranne rare eccezioni (L. Baroncini, G. Modena, R. Assagioli), ai margini di quel fruttuoso rapporto tra psichiatria e psicoanalisi. La pesante ipoteca lombrosiana che si insinuava nelle istituzioni medicali con la sua antropologia criminale esercitava una forte avversione per l’inconscio freudiano.
Un punto di svolta, anche se tardivo, avviene per iniziativa di Edoardo Weiss che trasferitosi da Trieste a Roma, verso gli inizi degli anni ’30 qui riesce a costruire una fitta rete di relazioni con i giuristi e i criminologi che ruotano attorno alla prestigiosa rivista “La Giustizia penale”. Quest’ultima costituisce ben presto un polo di dialogo per quello “sparuto gruppo romano” che si era raccolto attorno a Weiss, l’unico vero allievo italiano di Freud, che nel ’32 risulta tra i fondatori della Società Psicoanalitica Italiana. Quando nel 1934 le gerarchie cattoliche ottengono la chiusura della “scandalosa Rivista Italiana di Psicoanalisi”, la Società Psicoanalitica Italiana “poté ancora dar voce ai suoi saggi e alle sue traduzioni tra le pagine di quella rivista giuridica”, un dato questo – afferma Migliorino – finora ignorato dalla storiografia della psicoanalisi e del diritto”. In definitiva “Weiss fece sì che la psicoanalisi avesse un suo specifico spazio in una rivista a dir poco stravagante rispetto alla formazione culturale dei nostri pionieri, ma che offriva il vantaggio di una vasta diffusione nell’ambiente accademico e tra gli operatori del diritto”. Dunque dal 1932 al 1937 appaiono su “La Giustizia penale”, diretta da Gennaro Escobedo, numerosi saggi, recensioni o segnalazioni, interventi che tengono conto anche della produzione teorica francese e ispano-americana. Weiss fu ben attento a non inseguire i criminologi sul loro terreno. E ad articolare l’istanza della legge e del Super-io tra la dualità delle “potenze” psichiche, Eros e Thanatos. Furono le infami leggi raziali e i venti di guerra del 1938 a porre fine a questo insolito sodalizio tra diritto e psicoanalisi. Nello stesso anno, come afferma Migliorino, “entrambi sopraffatti da un presente il cui passato non avevano contribuito a creare”, Freud si rifugia a Londra e Weiss si trasferisce a Chicago.


Un saggio, dunque, scritto come un racconto; circostanziato, documentato, situato nel tormentato contesto storico di quegli anni. Ha il pregio di aprire uno sguardo inedito sulla storia della psicoanalisi nel nostro paese, sulla sua origine, sui suoi passi così incerti, difficili ma, in un certo senso, anche fecondi. L’ampia parte antologica del libro riporta gli articoli usciti tra il 1932 e il 1938 sulle pagine di “La Giustizia penale”. Tra i vari autori, oggi sconosciuti, che compaiono nell’indice del libro, troviamo più volte il nome di Weiss. Sono quattro i suoi saggi: Il delitto considerato quale equivalente dell’autoaccusa (1932), Libido e aggressione (1932), Fondamenti della psicoanalisi (1932), Il Super-Io (1936). Nel loro stile e nei loro contenuti riecheggia quel desiderio di forgiare i pensieri verso una rigorosa architettura metapsicologica, cercando di imprimere al lavoro di ricerca quello spirito che aveva contraddistinto l’impresa freudiana. 
C’è forse qualcos’altro che serpeggia in questo libro. Nella “zona di contagio” tra psicoanalisi e diritto, spicca la questione nodale della connessione tra senso di colpa e crimine. Proprio nel saggio del 1906 (Diagnostica del fatto e psicoanalisi) Freud ipotizza una differenza essenziale e strutturale tra sentimento di colpa (cosciente) e senso di colpa inconscio. E’ un’ipotesi teorica dalle conseguenze ampie e inaspettate, le cui implicazioni sono riscontrabili tanto nella vita psichica quanto sul piano sociale. In un successivo saggio, Delinquenti per senso di colpa (1916), egli ribadisce la convinzione che il senso di colpa inconscio preceda il crimine, ovvero che l’atto criminoso debba essere considerato, in termini psichici, come un’espiazione del senso di colpa inconscio. I termini dunque si ribaltano: non è il crimine a produrre il senso di colpa, ma il contrario. Ovvero il senso di colpa inconscio produce il crimine come espiazione. Questo rovesciamento prospettico è un filo rosso presente in tutta l’elaborazione freudiana successiva e che si dipanerà in varie direzioni, soprattutto verso l’analisi del disagio della civiltà.  Se pensiamo alle tragedie storiche che si preannunciano in quegli anni, non possiamo fare a meno di interrogarci come abbia potuto funzionare, nel nichilismo che si stava realizzando a livello mondiale, quella particolare logica che ha annodato, in modo unico nella storia dell’umanità, l’istanza del senso di colpa con reiterati e impensabili crimini di massa. 


Ciò che brilla nel pensiero di Freud - e in alcune pagine di questo libro ne scorgiamo alcune luminescenze - è che egli stesso abbia avuto la consapevolezza di aver intravisto, in termini teorici, quel fantasma mortifero, così sfuggente ed enigmatico, che si era manifestato negli anni antecedenti al primo conflitto mondiale e che ora, sul finire degli anni ’30, riappare implacabile.  Tutto ciò che accade dopo, sulla scena della civiltà, fa sì che le parole colpa e crimine risultino trasformate, quasi fossero attraversate da un demone che persiste ad abitare l’umano.

martedì 20 dicembre 2016

SENSO E DESTINO DELLA PSICANALISI. Intervento di Giorgio Landoni

Giorgio Landoni interviene sul libro LA FOLLIA RITROVATA. Senso e realtà dell’esperienza psicanalitica di Giovanni Sias 
Edizioni Alpes, Roma, 2015.



Dedicato a Giuseppe Pontiggia, quest’ultimo libro di Giovanni Sias si inserisce nel solco della battagliera riflessione che l’autore conduce da anni intorno al destino della psicanalisi assediata dalla dittatura soffice del burocratismo della nostra epoca.

Esso si riferisce anche, in modo non abituale, a un pensiero non familiare al lettore occidentale, quello di Vitalij Machlin, intellettuale russo in particolare interessato alla questione del pensare e del pensiero nel tempo presente caratterizzato dalla contingenza di icone mediatiche audiovisive e dalla velocità con la quale esse appaiono e si dissolvono nel nulla.
Un libro smilzo che, circa in un centinaio di pagine, tocca il tema della follia per dare anche un senso all’esperienza della psicanalisi, come recita il titolo. Pur se smilzo, si tratta però di un libro di lettura non facile e l’autore ne sembra consapevole. Nella penultima pagina dell’introduzione egli stesso parla di “sconclusionata conclusione della sua stesura”, intendendo sottolineare l’andamento erratico del suo scritto, soggetto a continue variazioni e salti del discorso, al contempo ricchissimo di riferimenti, letterari, filosofici, lessicali, linguistici, artistici, storici, ma continuamente sfuggente e quasi inafferrabile.  Malgrado ciò mi è parso di potervi individuare due caratteristiche che, contrariamente a quanto appena affermato, sembrano conferire a questo scritto una sorta di continuità metatestuale. 


Da esse desidero quindi iniziare il mio commento. Da un lato Sias collega questa erraticità, che rinvia alla metodologia originaria di Freud della libera associazione (il libro ne ha l’andamento), alla psicanalisi intesa non tanto come disciplina autonoma, quanto come parte della cultura del Novecento, ossia come uno dei molti modi in cui il pensiero si manifesta nel nostro tempo. Più radicalmente si potrebbe anche dire che egli intenda tutta la cultura come continua formazione dell’inconscio, un sintomo il quale porta in sé un disagio come tutti i sintomi. Una cultura di tipo idolatrico, seguendo il pensiero di Silvano Petrosino, sempre pronta a distruggere l’idolo appena creato per adorare il prossimo tosto consumato e consunto, con un ritmo frenetico che, contrapposto alla lentezza paziente del processo psicanalitico, permette di comprendere molte cose dell’atteggiamento corrente verso la psicanalisi.

Giustamente Sias nota che l’autoreferenzialità della psicanalisi ne ha fatto una pratica banale di impronta sanitaria e, in quanto tale,  poco significativa rispetto ad altre pratiche che il mercato continuamente propone per la  propria stessa sopravvivenza. 
Sorge qualche domanda: quale il disagio della cultura attualmente? Quali le manifestazioni specifiche di questo disagio e come poterle collegare alla psicanalisi, fosse pure anche solo in una opposizione radicale? Questi temi non trovano uno svolgimento specifico nel libro.
Il secondo dei due filoni di continuità, in questo scritto discontinuo, mi è sembrato il più interessante come guida della mia lettura. 
Infatti questo testo, scritto da uno psicanalista, non può essere considerato come un testo psicanalitico. Anche se esso si situa certamente nella continuità del pensiero di Giovanni Sias, si tratta di una continuità non di dottrina bensì politica. Questo è un libro politico: erasmiano, goethiano e (quindi) politico.
Non vedo altro modo di rendergli giustizia. E’ un libro impregnato di passione, impetuoso e gagliardo fino all’invettiva, il che se talvolta nuoce a una chiara comprensione di alcuni dettagli del testo, non ne cela però senso e obiettivi nell’insieme, perché essi sono enunciati chiaramente e continuamente dall’autore soprattutto nel modo contestatore che lo caratterizza. 
Un libro che irride agli uomini che applaudono chi li inganna anche se non pretende di smascherare l’ingannatore che cerca l’applauso. L’intento, l’intenzione erasmiana è quella di mostrare che quello della follia è un terreno da sempre particolarmente infido e scivoloso. La follia è storia di parole sottratte (Foucault) a cui Freud contrappone la psicanalisi fondandola “... sul tentativo di ricondurre alla parola l’indicibile che colonizza il corpo isterico” (C. Matteini). 
La follia è indipendente da ogni produzione di pensiero e la psicanalisi nasce dal fatto di considerarla come stato essenziale e costitutivo della condizione umana. Dunque un punto di partenza che sottolinea l’impossibilità, salvo che si ricorra all’inganno peraltro a sua volta costitutivo della politica, di separare la follia dall’essenza dell’uomo, facendone una categoria della tassonomia sanitaria. Da qui parte una critica serrata del vuoto su cui si fondano gran parte dei valori al riguardo comunemente ammessi dalla correttezza sociopolitica nonché i comportamenti perseguiti e imposti ope legis dal potere.
In un suo bel testo di commento all’opera di Dino Campana, C. Matteini descrive la follia come: “...luogo emblematico di una ragione “altra”, funzione culturale indispensabile...” . E’ l’idea di Giovanni Sias.
Per lui la follia è la messa in campo del desiderio e della sua insensatezza o per dire meglio del soggetto umano come soggetto di desiderio e il suo ritrovamento consiste nell’esperienza psicanalitica, a partire da Freud, che egli contrappone alle varie forme di controllo sociale di cui le psicoterapie sono l’ultima manifestazione.

lunedì 21 novembre 2016

LEZIONI ELEMENTARI. Monologo in versi di Roberto Mussapi

Segnaliamo la presentazione, giovedì  24 nov., del monologo in versi di Roberto Mussapi, Lezioni elementari (ed. Stampa 2009) 
alla Casa della poesia di Milano (via Fomentini 10, ore 19.30). 

Oltre la voce recitante di Roberto Mussapi intervengono 
Maurizio Cucchi, Milo De Angelis, Amos Mattio

                          

“Forse tu riconosci qualcuno che hai visto da piccolo
così come a volte vedi l’invisibile:
è impossibile nel mondo del tempo che scorre,
il tempo della storia e della strada percorsa.
Ma il bambino non è ancora nel tempo
 legato dal suo cordone al buio che germina,
il bambino non è ancora nato del tutto, è nascente.
Lo riconoscerai perché sarà la sua anima
allora così visibile e lampante
a perdurare, nonostante il tempo.
La strada che ognuno percorre allontana e addensa
attorno a ognuno l’aura dell’anima
facendola individuale, incorporata al nome.
I passi che marciavano insieme, i piccoli passi
ora sono più lunghi e gli occhi vedono
là, oltre l’orizzonte, un’ombra.
Le strade divergono, l’anima regge
e tiene unito ciò che il tempo divise
per fare storia, fare solitudine".  


Lezioni elementari è un monologo teatrale, in versi, scritto anni fa. Lo interpretai a Cuneo, in un circolo culturale, vicinissimo alla Scuola Elementare Soleri, dove vissi la mia avventura con il Maestro e i miei compagni. Dopo qualche anno lo pubblicai presso l’editore Stampa 2009, nella collana diretta da Maurizio Cucchi. Ho subito immaginato Lezioni Elementari per la scena teatrale. Se dovessi scegliere una sola frase per  definire il senso di questo mio poema per teatro, citerei il poeta Emilio Zucchi: “Una strana e felice fusione tra il tuo  Il Cimitero dei Partigiani  e La classe morta di Kantor.” 
ROBERTO MUSSAPI 

Cher Roberto, mon ami Alain Madeleine-Perdrillat a déjà terminé la traduction de ce grand poème, je l'ai dans mon ordinateur et je la trouve très belle, autant que fidèle. Destinée à paraître dans une revue très respectée,  "Conférence", ce sera un événement majeur dans la réception de votre oeuvre en France. Bien à vous... 
YVES BONNEFOY 

“Un monologo, questo di Roberto Mussapi, che è soprattutto il racconto  sensibilissimo e ricco di figure e quotidiani eventi di un tempo remoto, quello dell'infanzia e della scuola, nel quale ognuno potrà godere della felicità di ritrovarsi, di ritrovare il sentimento vivo di un passato, il proprio, nei suoi tratti più impressi nella memoria. Ecco allora I nomi e i volti dei compagni di scuola, i temi in classe e le partite, la saggia regia educativa del maestro, al quale il poemetto è dedicato: un personaggio centrale nella crescita dell'io narrante, il cui felice consenso diverrà un solido modello di riferimento. Mussapi lavora su un doppio registro, e cioè quello orizzontale, narrativo-prosastico del vero e proprio racconto,  e quello verticale, lirico-meditativo, eppure a sua volta descrittivo e concretissimo, dei corsivi sull'Universo e il suo aperto formarsi.  Un microcosmo dentro la vastità del cosmo, un proiettarsi dell'uno nell'altro nel tempo non-tempo dell'umana memoria.” 
MAURIZIO CUCCHI  (dalla Prefazione al volume in I quaderni della Collana)

“Il maestro Minardi ha aperto una strada e ha indicato la rotta da seguire, ha puntato il dito nella direzione di ciò che sarà il destino di Roberto Mussapi, la poesia. L’avventura della poesia, dedicato a Gabriele Minardi, un libro  emblematico in cui il poeta racconta la propria formazione, le scoperte, le passioni e il definirsi della sua impresa: quell’avventura fu coltivata, propiziata, favorita, sui banchi di scuola, il Maestro aiutò il bambino a trovare la sua strada perigliosa, con le sue letture dei grandi scrittori contemporanei e la sua continua esortazione a cercare nella vita dei valori che la trascendessero, in forma e con strumenti umani. Lezioni elementari è quindi un  monologo in versi, un genere che Mussapi ha praticamente reinventato nella letteratura italiana e che ha creato una spontanea scuola poetica e una tendenza creativa di questi anni, e in quanto tale avrà realizzazioni sceniche  teatrali.” 
FABRIZIO PAGNI (dalla Presentazione)

“Racchiuso all’interno della rievocazione del passato, a sua volta favorita dalla contemplazione di una vecchia fotografia, si  nasconde infatti un poemetto nel poemetto, squarci di quella cosmogonia  scolastica che spontaneamente riaffiora perché tornare all'infanzia significa confrontarsi di nuovo, e sempre, con la penombra arcana del principio.
«Il bambino non è ancora nato del tutto, è nascente», scrive Mussapi fissando l'orizzonte di questo e di tanti altri suoi componimenti (anche il capolavoro  Gita meridiana, in fondo, è la cronaca di un cominciamento impossibile, eppure immanente e reale)”.
ALESSANDRO ZACCURI (Avvenire, 17 gennaio 2016)

“Ecco rivivere letteralmente da una fotografia di gruppo, un mondo: la storia di una classe elementare degli anni sessanta; si srotola nelle pagine il momento dell’apprendistato iniziale che è apprendimento oltre che intellettuale anche fisico (…) Ed è toccante entrare nel vasto pronunciamento di questo poema, dove in fotogrammi essenziali eccoli assorti nella luce iniziale dell’ascolto, Dutto, Odasso, i gemelli Chirilli, Sigismondi, Tallone, seguire il maestro nelle letture di Hemingway, Montale, Ungaretti, Sbarbaro e poi misurarsi nella lotta libera perché occorre coltivare il corpo non solo lo spirito. Minardi sembra pensare come gli antichi che non distinguevano tra pensiero e pratica ma avverte: “Se qualcuno batte la testa e sanguina io perdo il suo posto…”. 
GUIDO MONTI (In Poesia, di Luigia Sorrentino. Il primo blog di poesia della Rai, December 19, 2015).

“Un amore che comprende la dimensione della perpetua formazione: sarà, d'altra parte, un caso che, lo scorso anno, Mussapi abbia pubblicato uno stupendo e moralmente nobile poemetto incentrato sulla grandezza didattica e umana del proprio compianto maestro elementare, Lezioni elementari - Monologo sul maestro Gabriele Minardi”. 
EMILIO ZUCCHI (La Gazzetta di Parma)

“Il monologo Lezioni elementari  è dedicato a Gabriele Minardi, il suo maestro delle scuole primarie, ex partigiano, che insegnava autori contemporanei:  Sbarbaro, Montale, Ungaretti, Fenoglio, Hemingway. Un insolito Maestro di vita e cultura, sicuro modello di riferimento, che lo incoraggiò a scrivere con nota di merito per lo svolgimento di un tema. Il poemetto procede per riscoperte di volti e nomi dei compagni, appannati o dimenticati dopo mezzo secolo, grazie a una vecchia fotografia della classe, e per cronache di eventi quotidiani dell’infanzia quali i tornei di lotta libera e le partite di calcio, che il maestro costringeva a giocare fino allo sfinimento, ma sempre con lealtà, per farli divenire piccoli uomini, pronti a seguire gli ideali di giustizia, libertà e coraggio. A intervalli, tra un ricordo e l’altro, trovano spazio momenti lirici di intensa meditazione, folgorazioni sul senso e l’origine dell’Universo.”  
FRANCO MANZONI (Il Corriere della sera)

Attraverso la poesia di Mussapi, un suo giovanissimo allievo con grembiule e calzoni corti, Gabriele Minardi esce dalla dimensione storica (benché tanti possano ancora dire di "averlo conosciuto di persona") per entrare in una dimensione mitica. Diventa così l'archetipo del maestro, un personaggio mitico, ponendosi, rispetto alla scuola elementare, come Ettore Fieramosca rispetto alla "cavalleria": un eroe fuori dal tempo. 
AMOS MATTIO