venerdì 20 gennaio 2017

Edoardo Weiss tra psicoanalisi e diritto. Note di Giancarlo Ricci al libro di Francesco Migliorino

Pubblichiamo la presentazione di Giancarlo Ricci 
al libro di Francesco Migliorino  “Edoardo Weiss e la giustizia penale. Zone di contagio tra psicoanalisi e diritto” 
(Bonanno Editore, 2016)


“Zone di contagio tra psicoanalisi e diritto”, propone il sottotitolo di questo notevole libro scritto da Francesco Migliorino, ordinario di Storia del Diritto a Catania e attento studioso che si è inoltrato in sentieri inediti e spesso scomodi, come testimoniano diversi suoi libri dedicati all’esplorazione di alcuni angoli dell’agire sociale pubblico e  della costruzione della soggettività moderna. 

La zona di contagio esplorata in questo libro, Edoardo Weiss e la giustizia penale (Bonanno Editore 2016), riguarda una particolare vicenda accaduta lungo la storia della psicoanalisi italiana. Occorre risalire all’inizio del ’900, quando Sigmund Freud nella sua Vienna asburgica tiene una lezione dinanzi agli studenti della Facoltà giuridica viennese che sotto la guida di Alex Loeffler avevano avviato una ricerca intorno a una particolare tecnica denominata “diagnostica del fatto”. Si trattava di ottenere, mediante associazioni verbali richieste a testimoni o indagati, un “accertamento obiettivo della verità”. Il testo di Freud intitolato Diagnostica del fatto e psicoanalisi (1906) espone una serie di parallelismi tra il “compito del terapeuta” e quello del “giudice istruttore”. La questione è ben più complessa e sottile di quanto possa sembrare. Nel testo freudiano troviamo inanellati una serie di problematiche assolutamente di rilievo tra cui il tema della verità, della colpa, della menzogna, del crimine, del segreto. Evidentemente ciascuna di queste istanze aprono congetture, ipotesi e orizzonti che Freud esplora con rigore.

 “Bisognava guardarsi, osserva Migliorino, da un uso avventato della tecnica d’indagine psicoanalitica, tanto più se applicata al campo della giustizia”. Anche il sodalizio del padre della psicoanalisi con Carl Gustav Jung, che si stava dedicando a ricerche sulle libere associazioni, ha avuto una sua rilevanza. Jung aveva pubblicato, nel 1908, “Le nuove vedute della psicologia criminale. Contributo al metodo della diagnosi della conoscenza del fatto”. 
A partire da quegli anni si viene dunque a creare un fecondo clima di confronto in cui diritto, criminologia e psicoanalisi incominciano a dialogare. Il suo epicentro è a Vienna ma ben presto si diffonde in tutta Europa, dalle aule di Monaco della clinica psichiatrica di Kraepelin alle sale dell’ospedale cantonale di Zurigo in cui operava Bleuler. Successivamente anche Trieste e Roma diventano significativi poli di riferimento. “Nel cuore d’Europa – osserva Migliorino - lo sfrenato scientismo d’impianto positivistico sembrava perdere influenza a favore di un approccio più attento alle dinamiche che trascendevano il dato meramente organico”. Nei due decenni successivi l’Italia rimarrà, tranne rare eccezioni (L. Baroncini, G. Modena, R. Assagioli), ai margini di quel fruttuoso rapporto tra psichiatria e psicoanalisi. La pesante ipoteca lombrosiana che si insinuava nelle istituzioni medicali con la sua antropologia criminale esercitava una forte avversione per l’inconscio freudiano.
Un punto di svolta, anche se tardivo, avviene per iniziativa di Edoardo Weiss che trasferitosi da Trieste a Roma, verso gli inizi degli anni ’30 qui riesce a costruire una fitta rete di relazioni con i giuristi e i criminologi che ruotano attorno alla prestigiosa rivista “La Giustizia penale”. Quest’ultima costituisce ben presto un polo di dialogo per quello “sparuto gruppo romano” che si era raccolto attorno a Weiss, l’unico vero allievo italiano di Freud, che nel ’32 risulta tra i fondatori della Società Psicoanalitica Italiana. Quando nel 1934 le gerarchie cattoliche ottengono la chiusura della “scandalosa Rivista Italiana di Psicoanalisi”, la Società Psicoanalitica Italiana “poté ancora dar voce ai suoi saggi e alle sue traduzioni tra le pagine di quella rivista giuridica”, un dato questo – afferma Migliorino – finora ignorato dalla storiografia della psicoanalisi e del diritto”. In definitiva “Weiss fece sì che la psicoanalisi avesse un suo specifico spazio in una rivista a dir poco stravagante rispetto alla formazione culturale dei nostri pionieri, ma che offriva il vantaggio di una vasta diffusione nell’ambiente accademico e tra gli operatori del diritto”. Dunque dal 1932 al 1937 appaiono su “La Giustizia penale”, diretta da Gennaro Escobedo, numerosi saggi, recensioni o segnalazioni, interventi che tengono conto anche della produzione teorica francese e ispano-americana. Weiss fu ben attento a non inseguire i criminologi sul loro terreno. E ad articolare l’istanza della legge e del Super-io tra la dualità delle “potenze” psichiche, Eros e Thanatos. Furono le infami leggi raziali e i venti di guerra del 1938 a porre fine a questo insolito sodalizio tra diritto e psicoanalisi. Nello stesso anno, come afferma Migliorino, “entrambi sopraffatti da un presente il cui passato non avevano contribuito a creare”, Freud si rifugia a Londra e Weiss si trasferisce a Chicago.


Un saggio, dunque, scritto come un racconto; circostanziato, documentato, situato nel tormentato contesto storico di quegli anni. Ha il pregio di aprire uno sguardo inedito sulla storia della psicoanalisi nel nostro paese, sulla sua origine, sui suoi passi così incerti, difficili ma, in un certo senso, anche fecondi. L’ampia parte antologica del libro riporta gli articoli usciti tra il 1932 e il 1938 sulle pagine di “La Giustizia penale”. Tra i vari autori, oggi sconosciuti, che compaiono nell’indice del libro, troviamo più volte il nome di Weiss. Sono quattro i suoi saggi: Il delitto considerato quale equivalente dell’autoaccusa (1932), Libido e aggressione (1932), Fondamenti della psicoanalisi (1932), Il Super-Io (1936). Nel loro stile e nei loro contenuti riecheggia quel desiderio di forgiare i pensieri verso una rigorosa architettura metapsicologica, cercando di imprimere al lavoro di ricerca quello spirito che aveva contraddistinto l’impresa freudiana. 
C’è forse qualcos’altro che serpeggia in questo libro. Nella “zona di contagio” tra psicoanalisi e diritto, spicca la questione nodale della connessione tra senso di colpa e crimine. Proprio nel saggio del 1906 (Diagnostica del fatto e psicoanalisi) Freud ipotizza una differenza essenziale e strutturale tra sentimento di colpa (cosciente) e senso di colpa inconscio. E’ un’ipotesi teorica dalle conseguenze ampie e inaspettate, le cui implicazioni sono riscontrabili tanto nella vita psichica quanto sul piano sociale. In un successivo saggio, Delinquenti per senso di colpa (1916), egli ribadisce la convinzione che il senso di colpa inconscio preceda il crimine, ovvero che l’atto criminoso debba essere considerato, in termini psichici, come un’espiazione del senso di colpa inconscio. I termini dunque si ribaltano: non è il crimine a produrre il senso di colpa, ma il contrario. Ovvero il senso di colpa inconscio produce il crimine come espiazione. Questo rovesciamento prospettico è un filo rosso presente in tutta l’elaborazione freudiana successiva e che si dipanerà in varie direzioni, soprattutto verso l’analisi del disagio della civiltà.  Se pensiamo alle tragedie storiche che si preannunciano in quegli anni, non possiamo fare a meno di interrogarci come abbia potuto funzionare, nel nichilismo che si stava realizzando a livello mondiale, quella particolare logica che ha annodato, in modo unico nella storia dell’umanità, l’istanza del senso di colpa con reiterati e impensabili crimini di massa. 


Ciò che brilla nel pensiero di Freud - e in alcune pagine di questo libro ne scorgiamo alcune luminescenze - è che egli stesso abbia avuto la consapevolezza di aver intravisto, in termini teorici, quel fantasma mortifero, così sfuggente ed enigmatico, che si era manifestato negli anni antecedenti al primo conflitto mondiale e che ora, sul finire degli anni ’30, riappare implacabile.  Tutto ciò che accade dopo, sulla scena della civiltà, fa sì che le parole colpa e crimine risultino trasformate, quasi fossero attraversate da un demone che persiste ad abitare l’umano.

martedì 20 dicembre 2016

SENSO E DESTINO DELLA PSICANALISI. Intervento di Giorgio Landoni

Giorgio Landoni interviene sul libro LA FOLLIA RITROVATA. Senso e realtà dell’esperienza psicanalitica di Giovanni Sias 
Edizioni Alpes, Roma, 2015.



Dedicato a Giuseppe Pontiggia, quest’ultimo libro di Giovanni Sias si inserisce nel solco della battagliera riflessione che l’autore conduce da anni intorno al destino della psicanalisi assediata dalla dittatura soffice del burocratismo della nostra epoca.

Esso si riferisce anche, in modo non abituale, a un pensiero non familiare al lettore occidentale, quello di Vitalij Machlin, intellettuale russo in particolare interessato alla questione del pensare e del pensiero nel tempo presente caratterizzato dalla contingenza di icone mediatiche audiovisive e dalla velocità con la quale esse appaiono e si dissolvono nel nulla.
Un libro smilzo che, circa in un centinaio di pagine, tocca il tema della follia per dare anche un senso all’esperienza della psicanalisi, come recita il titolo. Pur se smilzo, si tratta però di un libro di lettura non facile e l’autore ne sembra consapevole. Nella penultima pagina dell’introduzione egli stesso parla di “sconclusionata conclusione della sua stesura”, intendendo sottolineare l’andamento erratico del suo scritto, soggetto a continue variazioni e salti del discorso, al contempo ricchissimo di riferimenti, letterari, filosofici, lessicali, linguistici, artistici, storici, ma continuamente sfuggente e quasi inafferrabile.  Malgrado ciò mi è parso di potervi individuare due caratteristiche che, contrariamente a quanto appena affermato, sembrano conferire a questo scritto una sorta di continuità metatestuale. 


Da esse desidero quindi iniziare il mio commento. Da un lato Sias collega questa erraticità, che rinvia alla metodologia originaria di Freud della libera associazione (il libro ne ha l’andamento), alla psicanalisi intesa non tanto come disciplina autonoma, quanto come parte della cultura del Novecento, ossia come uno dei molti modi in cui il pensiero si manifesta nel nostro tempo. Più radicalmente si potrebbe anche dire che egli intenda tutta la cultura come continua formazione dell’inconscio, un sintomo il quale porta in sé un disagio come tutti i sintomi. Una cultura di tipo idolatrico, seguendo il pensiero di Silvano Petrosino, sempre pronta a distruggere l’idolo appena creato per adorare il prossimo tosto consumato e consunto, con un ritmo frenetico che, contrapposto alla lentezza paziente del processo psicanalitico, permette di comprendere molte cose dell’atteggiamento corrente verso la psicanalisi.

Giustamente Sias nota che l’autoreferenzialità della psicanalisi ne ha fatto una pratica banale di impronta sanitaria e, in quanto tale,  poco significativa rispetto ad altre pratiche che il mercato continuamente propone per la  propria stessa sopravvivenza. 
Sorge qualche domanda: quale il disagio della cultura attualmente? Quali le manifestazioni specifiche di questo disagio e come poterle collegare alla psicanalisi, fosse pure anche solo in una opposizione radicale? Questi temi non trovano uno svolgimento specifico nel libro.
Il secondo dei due filoni di continuità, in questo scritto discontinuo, mi è sembrato il più interessante come guida della mia lettura. 
Infatti questo testo, scritto da uno psicanalista, non può essere considerato come un testo psicanalitico. Anche se esso si situa certamente nella continuità del pensiero di Giovanni Sias, si tratta di una continuità non di dottrina bensì politica. Questo è un libro politico: erasmiano, goethiano e (quindi) politico.
Non vedo altro modo di rendergli giustizia. E’ un libro impregnato di passione, impetuoso e gagliardo fino all’invettiva, il che se talvolta nuoce a una chiara comprensione di alcuni dettagli del testo, non ne cela però senso e obiettivi nell’insieme, perché essi sono enunciati chiaramente e continuamente dall’autore soprattutto nel modo contestatore che lo caratterizza. 
Un libro che irride agli uomini che applaudono chi li inganna anche se non pretende di smascherare l’ingannatore che cerca l’applauso. L’intento, l’intenzione erasmiana è quella di mostrare che quello della follia è un terreno da sempre particolarmente infido e scivoloso. La follia è storia di parole sottratte (Foucault) a cui Freud contrappone la psicanalisi fondandola “... sul tentativo di ricondurre alla parola l’indicibile che colonizza il corpo isterico” (C. Matteini). 
La follia è indipendente da ogni produzione di pensiero e la psicanalisi nasce dal fatto di considerarla come stato essenziale e costitutivo della condizione umana. Dunque un punto di partenza che sottolinea l’impossibilità, salvo che si ricorra all’inganno peraltro a sua volta costitutivo della politica, di separare la follia dall’essenza dell’uomo, facendone una categoria della tassonomia sanitaria. Da qui parte una critica serrata del vuoto su cui si fondano gran parte dei valori al riguardo comunemente ammessi dalla correttezza sociopolitica nonché i comportamenti perseguiti e imposti ope legis dal potere.
In un suo bel testo di commento all’opera di Dino Campana, C. Matteini descrive la follia come: “...luogo emblematico di una ragione “altra”, funzione culturale indispensabile...” . E’ l’idea di Giovanni Sias.
Per lui la follia è la messa in campo del desiderio e della sua insensatezza o per dire meglio del soggetto umano come soggetto di desiderio e il suo ritrovamento consiste nell’esperienza psicanalitica, a partire da Freud, che egli contrappone alle varie forme di controllo sociale di cui le psicoterapie sono l’ultima manifestazione.

lunedì 21 novembre 2016

LEZIONI ELEMENTARI. Monologo in versi di Roberto Mussapi

Segnaliamo la presentazione, giovedì  24 nov., del monologo in versi di Roberto Mussapi, Lezioni elementari (ed. Stampa 2009) 
alla Casa della poesia di Milano (via Fomentini 10, ore 19.30). 

Oltre la voce recitante di Roberto Mussapi intervengono 
Maurizio Cucchi, Milo De Angelis, Amos Mattio

                          

“Forse tu riconosci qualcuno che hai visto da piccolo
così come a volte vedi l’invisibile:
è impossibile nel mondo del tempo che scorre,
il tempo della storia e della strada percorsa.
Ma il bambino non è ancora nel tempo
 legato dal suo cordone al buio che germina,
il bambino non è ancora nato del tutto, è nascente.
Lo riconoscerai perché sarà la sua anima
allora così visibile e lampante
a perdurare, nonostante il tempo.
La strada che ognuno percorre allontana e addensa
attorno a ognuno l’aura dell’anima
facendola individuale, incorporata al nome.
I passi che marciavano insieme, i piccoli passi
ora sono più lunghi e gli occhi vedono
là, oltre l’orizzonte, un’ombra.
Le strade divergono, l’anima regge
e tiene unito ciò che il tempo divise
per fare storia, fare solitudine".  


Lezioni elementari è un monologo teatrale, in versi, scritto anni fa. Lo interpretai a Cuneo, in un circolo culturale, vicinissimo alla Scuola Elementare Soleri, dove vissi la mia avventura con il Maestro e i miei compagni. Dopo qualche anno lo pubblicai presso l’editore Stampa 2009, nella collana diretta da Maurizio Cucchi. Ho subito immaginato Lezioni Elementari per la scena teatrale. Se dovessi scegliere una sola frase per  definire il senso di questo mio poema per teatro, citerei il poeta Emilio Zucchi: “Una strana e felice fusione tra il tuo  Il Cimitero dei Partigiani  e La classe morta di Kantor.” 
ROBERTO MUSSAPI 

Cher Roberto, mon ami Alain Madeleine-Perdrillat a déjà terminé la traduction de ce grand poème, je l'ai dans mon ordinateur et je la trouve très belle, autant que fidèle. Destinée à paraître dans une revue très respectée,  "Conférence", ce sera un événement majeur dans la réception de votre oeuvre en France. Bien à vous... 
YVES BONNEFOY 

“Un monologo, questo di Roberto Mussapi, che è soprattutto il racconto  sensibilissimo e ricco di figure e quotidiani eventi di un tempo remoto, quello dell'infanzia e della scuola, nel quale ognuno potrà godere della felicità di ritrovarsi, di ritrovare il sentimento vivo di un passato, il proprio, nei suoi tratti più impressi nella memoria. Ecco allora I nomi e i volti dei compagni di scuola, i temi in classe e le partite, la saggia regia educativa del maestro, al quale il poemetto è dedicato: un personaggio centrale nella crescita dell'io narrante, il cui felice consenso diverrà un solido modello di riferimento. Mussapi lavora su un doppio registro, e cioè quello orizzontale, narrativo-prosastico del vero e proprio racconto,  e quello verticale, lirico-meditativo, eppure a sua volta descrittivo e concretissimo, dei corsivi sull'Universo e il suo aperto formarsi.  Un microcosmo dentro la vastità del cosmo, un proiettarsi dell'uno nell'altro nel tempo non-tempo dell'umana memoria.” 
MAURIZIO CUCCHI  (dalla Prefazione al volume in I quaderni della Collana)

“Il maestro Minardi ha aperto una strada e ha indicato la rotta da seguire, ha puntato il dito nella direzione di ciò che sarà il destino di Roberto Mussapi, la poesia. L’avventura della poesia, dedicato a Gabriele Minardi, un libro  emblematico in cui il poeta racconta la propria formazione, le scoperte, le passioni e il definirsi della sua impresa: quell’avventura fu coltivata, propiziata, favorita, sui banchi di scuola, il Maestro aiutò il bambino a trovare la sua strada perigliosa, con le sue letture dei grandi scrittori contemporanei e la sua continua esortazione a cercare nella vita dei valori che la trascendessero, in forma e con strumenti umani. Lezioni elementari è quindi un  monologo in versi, un genere che Mussapi ha praticamente reinventato nella letteratura italiana e che ha creato una spontanea scuola poetica e una tendenza creativa di questi anni, e in quanto tale avrà realizzazioni sceniche  teatrali.” 
FABRIZIO PAGNI (dalla Presentazione)

“Racchiuso all’interno della rievocazione del passato, a sua volta favorita dalla contemplazione di una vecchia fotografia, si  nasconde infatti un poemetto nel poemetto, squarci di quella cosmogonia  scolastica che spontaneamente riaffiora perché tornare all'infanzia significa confrontarsi di nuovo, e sempre, con la penombra arcana del principio.
«Il bambino non è ancora nato del tutto, è nascente», scrive Mussapi fissando l'orizzonte di questo e di tanti altri suoi componimenti (anche il capolavoro  Gita meridiana, in fondo, è la cronaca di un cominciamento impossibile, eppure immanente e reale)”.
ALESSANDRO ZACCURI (Avvenire, 17 gennaio 2016)

“Ecco rivivere letteralmente da una fotografia di gruppo, un mondo: la storia di una classe elementare degli anni sessanta; si srotola nelle pagine il momento dell’apprendistato iniziale che è apprendimento oltre che intellettuale anche fisico (…) Ed è toccante entrare nel vasto pronunciamento di questo poema, dove in fotogrammi essenziali eccoli assorti nella luce iniziale dell’ascolto, Dutto, Odasso, i gemelli Chirilli, Sigismondi, Tallone, seguire il maestro nelle letture di Hemingway, Montale, Ungaretti, Sbarbaro e poi misurarsi nella lotta libera perché occorre coltivare il corpo non solo lo spirito. Minardi sembra pensare come gli antichi che non distinguevano tra pensiero e pratica ma avverte: “Se qualcuno batte la testa e sanguina io perdo il suo posto…”. 
GUIDO MONTI (In Poesia, di Luigia Sorrentino. Il primo blog di poesia della Rai, December 19, 2015).

“Un amore che comprende la dimensione della perpetua formazione: sarà, d'altra parte, un caso che, lo scorso anno, Mussapi abbia pubblicato uno stupendo e moralmente nobile poemetto incentrato sulla grandezza didattica e umana del proprio compianto maestro elementare, Lezioni elementari - Monologo sul maestro Gabriele Minardi”. 
EMILIO ZUCCHI (La Gazzetta di Parma)

“Il monologo Lezioni elementari  è dedicato a Gabriele Minardi, il suo maestro delle scuole primarie, ex partigiano, che insegnava autori contemporanei:  Sbarbaro, Montale, Ungaretti, Fenoglio, Hemingway. Un insolito Maestro di vita e cultura, sicuro modello di riferimento, che lo incoraggiò a scrivere con nota di merito per lo svolgimento di un tema. Il poemetto procede per riscoperte di volti e nomi dei compagni, appannati o dimenticati dopo mezzo secolo, grazie a una vecchia fotografia della classe, e per cronache di eventi quotidiani dell’infanzia quali i tornei di lotta libera e le partite di calcio, che il maestro costringeva a giocare fino allo sfinimento, ma sempre con lealtà, per farli divenire piccoli uomini, pronti a seguire gli ideali di giustizia, libertà e coraggio. A intervalli, tra un ricordo e l’altro, trovano spazio momenti lirici di intensa meditazione, folgorazioni sul senso e l’origine dell’Universo.”  
FRANCO MANZONI (Il Corriere della sera)

Attraverso la poesia di Mussapi, un suo giovanissimo allievo con grembiule e calzoni corti, Gabriele Minardi esce dalla dimensione storica (benché tanti possano ancora dire di "averlo conosciuto di persona") per entrare in una dimensione mitica. Diventa così l'archetipo del maestro, un personaggio mitico, ponendosi, rispetto alla scuola elementare, come Ettore Fieramosca rispetto alla "cavalleria": un eroe fuori dal tempo. 
AMOS MATTIO 

mercoledì 5 ottobre 2016

IL CINEMA DI OZU. Due incontri a partire dal suo film "Viaggio a Tokio"

Segnaliamo l'iniziativa che si tiene presso la Biblioteca Crescenzago (Milano, Viale Don Orione 19) relativa all'opera del regista Ozu e in particolare al suo film "Viaggio a Tokio". 
I due incontri, ideati da Davide Bersan (http://ascoltoenarrazione.blog.tiscali.it)
 si tengono venerdì 14 e 28 ottobre alle ore 20.30. 

Note di DAVIDE BERSAN su Viaggio a Tokio 

Nell'itinerario che abbiamo percorso  attraverso le opere di Yashuijiro Ozu a partire da maggio 2015 (siamo già al quarto ciclo di incontri) non poteva mancare  Viaggio a Tokio ritenuto anche dalla critica occidentale non solo  una delle sue opere migliori ma anche una pietra miliare della  storia del cinema mondiale. Date queste premesse credo sia opportuno spogliarsi per quanto possibile di pregiudizi e aspettative per lasciarsi condurre nella visione del film dal ritmo lento della narrazione e dalla bellezza delle immagini che il recente restauro  ci ha restituito. Si rischierebbe di rimanere delusi rimanendo attaccati  a dei criteri troppo "occidentali" che privilegiano la storia o dei messaggi che essa deve veicolare.

       Se proprio dobbiamo cercare un messaggio all'interno del racconto filmico potrebbe essere sintetizzato nel proverbio citato almeno due volte nell’ultima parte  e che impensierisce il terzo figlio Keizo "A che serve fare il letto al morto?" e che in altre parole può essere espresso "meglio servire i genitori finchè sono vivi" ma evidentemente sarebbe troppo riduttivo ricondurre il film  di Ozu a questo unico tema. In effetti Tokio monogatari che andrebbe tradotto "Una storia di Tokio" è un'opera ricca di allusioni e premonizioni, di rimandi e  significati che si rivelano a poco a poco, in cui le sequenze si richiamano l'una con l'altra e il tutto  forma una trama intessuta  finemente i cui fili dopo aver compiuto il loro percorso si ricompongono in un quadro unitario. Non essendoci quadro senza una cornice che lo circonda e lo abbellisce possiamo apprezzare il rigore formale del regista nel fare di ogni sequenza  una composizione di immagini quasi completa in sè stessa che pur ponendosi in una continuità l'una rispetto all'altra producono nello spettatore anche l'impressione di "stacco", di una certa discontinuità che però viene subito smussata dalla gentilezza del suo peculiare tratto narrativo.
     L'attenzione al contesto e all'ambiente in cui si muovono e interagiscono i protagonisti ci situa in loro compagnia dandoci la possibilità di assaporare il clima e  l'atmosfera che circonda le loro vicende che si snodano attraverso lo scorrere lento del quotidiano. Le piccole storie di ogni giorno con i loro dialoghi semplici e pieni di sottintesi, dove il non detto supera di gran lunga ciò che viene espresso, acquistano un significato corale. Non è il singolo infatti ma  la famiglia  a essere protagonista e la coscienza sofferente ma serena di Shukichi e Tomi  che ci appare come la superfice di un lago di montagna che presenta solo quelle pressochè impercettibili increspature celando ciò che agita le sue profondità,  non fa altro che da suo catalizzatore e rappresentante. Le speranze, le trepidazioni, le ansie, le delusioni e i dispiaceri della coppia di anziani fungono  da cassa di risonanza di una grave crisi che attraversa l'istituto familiare  fino a dissolverlo quasi totalmente. Ozu stesso in un'intervista a proposito di questo film  ha parlato effettivamente di "disgregazione" della famiglia giapponese. Ma si sbaglia chi volesse vedervi un atteggiamento improntato al pessimismo e  al nichilismo catastrofista riguardo i legami famigliari. Non lo troverà, lo sguardo di Ozu è comunque positivo e accompagna il travaglio di queste persone attraverso un equilibrio che riesce a tenere insieme il distacco dai suoi oggetti  e un pathos discreto e sommesso.  Mentre vede tramontare un mondo non sa ancora con che cosa esso verrà sostituito e attraverso la posizione  estetica tipica di una  tradizione che affonda le radici nel buddismo zen conosciuta come mono no aware , sceglie di contemplarne la bellezza nel momento in cui ne vede la fugacità. La precarietà di ciò che è destinato a soccombere come tutte le cose ad un ineluttabile cambiamento (mujo, l'impermanenza) rende tutto ciò ancora più saturo di quel fascino fragile e struggente la cui contemplazione provoca quel sentimento particolare di commozione e nostalgica tristezza. Ma ciò in Ozu trascende la situazione particolare per collocarsi in una dimensione più ampia ed  esplorare dimensioni che vanno al cuore dell'umano. Così la famiglia di Shukichi e Tomi diventa paradigma del vivere e del trascorrere dell'esistenza dentro un orizzonte e un'afflato che sconfina nell'universale.

martedì 13 settembre 2016

TRAUMA E PERDONO. Francesco Migliorino interviene sul libro di Clara Mucci


L'intervento del giurista Francesco Migliorino 
in occasione della presentazione del libro di Clara Mucci, Trauma e perdono. Una prospettiva psicoanalitica intergenerazionale,
 (Raffaello Cortina Editore, Milano 2014) 
è di grande attualità.
Il titolo: 
«L’Histoire avec sa grande hache» 
(la Storia con la sua grande ascia)

di Francesco Migliorino*

“Je n’ai pas de souvenirs d’enfance”: je posais cette       affirmation avec assurance, avec presque une sorte de défi. L’on n’avait pas à m’interroger sur cette question. Elle n’était pas inscrite à mon programme. J’en étais dispensé: un autre histoire, la Grande, l’Histoire avec sa grande hache, avait déjà répondu à ma place: la guerre, les camps... 
     (G. Perec, W ou le souvenir de l’enfance,  Denoël, 1975) 


Vorrei provare a discutere il bel libro di Clara Mucci cominciando a leggerlo dalla fine. Meglio, dalle ultime parole di una citazione di Elie Wiesel: «qualunque sia la domanda, la disperazione non è la risposta» (p. 235). Un’apertura di senso, un ricominciare daccapo, l’incontrario di quel che ci si aspetta dalla conclusione di un libro. Una sorta di esergo messo volutamente fuori posto, che dà conto di un doloroso percorso di chi era ancora piccino per ricordare o di chi si sentiva troppo d’impaccio per raccontare. «Trauma» e «perdono» stanno affiancati nel titolo, ma è come se fossero la ‘prima’ e la ‘quarta’ di copertina, in mezzo una miriade di campi che sono al lavoro nel setting analitico, il cui esito non è mai dato per scontato: realtà e fantasia, Io e Tu, interno ed esterno, presente e passato, vittima e persecutore, lutto e depressione, devastazione e riparazione. Ancora con la scrittura aspra di Wiesel: «dall’orlo dell’abisso al sogno della redenzione».

Lungo questa via, nella trama narrativa restano impigliate vite offese e storie maledette che mettono a nudo — col loro carico d’infranto — il coinvolgimento emotivo del lettore, anche del lettore profano che fa fatica a orientarsi nella sterminata testualità in cui il nostro libro è venuto alla vita. 
C’è una ragione di ciò. L’Autrice ha una grande capacità di mettersi in dialogo col lettore e anche con se stessa. È evidente, ad ogni pagina. Per dirla con Wayne Booth, geniale teorico della narrazione, nel nostro caso l’autore implicito e il lettore implicito (creature etico-ideali dell’autore) raggiungono un accordo così pieno e completo da connotare la ‘letterarietà’ dell’opera. Il giudizio sul libro, perciò, è inseparabile dall’empatia che riesce a costruire con chi lo legge. Come per i testi narrativi, anche qui siamo portati «ad ammirare o detestare, amare o odiare» (1). Storie di ordinaria miseria che tracciano il perimetro stesso dell’umano: quella del bambino che «rende l’anima» per sopravvivere alla morte, o del piccolo Patrick che se ne sta seduto sul bastone della tenda per svanire dietro la pelle del geco, o del giovane James che abbandona il suo corpo galleggiando fino al soffitto per farsi una ragione di una cosa sbagliata (così la chiama!). Storie simili, fin troppo simili, all’universo psicotico dei campi, al «Warum?» di Primo Levi, al silenzio dei «salvati», col loro fardello di sofferenze psichiche che trapassano e prendono vigore da una generazione all’altra. Nelle pagine del libro, parole come «Umano», «Etica», «Relazione», «Empatia», «Memoria» sono fra quelle col maggior numero di occorrenze. A partire da queste parole, proverò a raccontare la mia personale esperienza di lettore.
Questo libro ha un’anima. Un nucleo duro che ne sostiene l’impianto teoretico e l’ispirazione etica, l’ermeneutica e le strategie cliniche. Da qui forse bisogna partire, dalla «realtà del trauma» che Clara Mucci assume come chiave euristica fondamentale. Per questa via, presente e passato, individuo e società, realtà e rappresentazione, natura e cultura non sono coppie oppositive, danno vita piuttosto a universi di significato fra loro interconnessi, in cui uno dei due poli passa nell’altro e viceversa. Dialetticamente, nel senso genuinamente hegeliano. 
Il trauma come lettura della contemporaneità. Leggiamo in proposito alcuni passaggi del nostro libro. Per Caty Caruth, alle radici del trauma c’è la Storia, con la maiuscola (2): «in una età catastrofica, il trauma stesso può offrire il trait d’union tra le culture», al punto da far dire alla nostra Autrice che «nel trauma perpetrato da mano umana, ciò che è umano definisce anche l’inumano» (Mucci: p. 6).
 E ancora: «dopo l’esperienza dei traumi reali con cui il Novecento si è dovuto misurare (guerre, eccidi, catastrofi, stermini, pulizie etniche, torture) […] una riformulazione del trauma sia psicoanaliticamente sia eticamente è diventata necessaria […] la verità dell’esperienza traumatica non è una patologia legata alla falsità o allo spostamento del significato, ma alla storia stessa» (p. 49). Con le stesse parole di Werner Bohleber, «con le esperienze estreme vissute e sofferte dagli uomini del XX secolo, il trauma si è trasformato in cifra interpretativa: non solo la psicoanalisi, ma anche le scienze umane hanno sperimentato la necessità di recuperare la ricerca e la comprensione in quest’ambito». È del tutto condivisibile, perciò, che Clara Mucci assuma la Shoah come radicale «cesura storica ed epistemologica» (p. 71).

È pur vero, però, che l’universo traumatico — coi suoi effetti di disregolazione affettiva, obliterazione del reale, dissociazione del Sé, disturbo di personalità, incorporazione fantasmatica dell’aggressore — ha tante scale di grigio. Dall’attaccamento disorganizzato e insicuro madre-bambino ai maltrattamenti, dall’abuso sessuale all’incesto, dal trauma cumulativo fino a quello sociale massivo. Nei casi più gravi, traumi perpetrati da mano umana producono, col tempo e da una generazione all’altra, comportamenti autodistruttivi e distruttivi delle relazioni interpersonali, deficit immunitari, stati di iperarousal e ripetuti mortiferi kindling. Emozioni troppo forti che sfuggono al controllo della coscienza — in ogni evento, grave o meno che sia — sono il risultato di una sorta di disconnessione tra la zona corticale orbito frontale e il sistema limbico di destra, specialmente l’amigdala e l’ippocampo.
Aggiungerei anche che ben prima del Novecento gli umani hanno vissuto «esperienze estreme» — come le chiama Bohleber — di indicibile crudeltà e ferocia. Ogni volta, per tantissime volte, nello spazio liminale tra umano e inumano. A volerle mettere in elenco, un lunghissimo elenco, lasceremmo fuori quelle storie che — come le carte dell’Impero di Borges — si sono disperse lacere sotto l’inclemenza del sole e degli inverni (3). Eppure, non usiamo il termine «trauma» per descrivere lo squartamento dei condannati a morte, o le grida lancinanti dei supplizi, o i roghi degli eretici, né proviamo una particolare empatia per gli Alemanni trucidati e annientati dai Franchi. C’è una ragione, forse. Il trauma, come evento «reale», vive come tale in un campo che lo significhi. Per essere indagato come fenomeno, non solo individuale, ma soprattutto sociale e culturale, non si può prescindere dalla sua contestualizzazione storica.

lunedì 11 aprile 2016

Lo strazio di LAHORE. Di Luciana Piddiu

Pubblichiamo queste considerazioni di LUCIANA PIDDIU intorno all'attentato di Lahore (Pakistan) del 27 marzo 2016. La supremazia della morte praticata dal terrorismo
è tutt'altra cosa dal martirio. 


“Là dove si fa violenza all’uomo, la si fa anche al linguaggio” 
Primo Levi, I sommersi e i salvati
                                                                  
Mi verrebbe da dire, parafrasando Primo Levi (“…là dove si fa violenza all’uomo, la si fa anche al linguaggio”) che vale anche il contrario: se si fa violenza al linguaggio, la si fa anche agli esseri umani. E lo dico a ragion veduta, in polemica con quanti, scrittori, giornalisti, intellettuali, chiamano  shahid, martiri, i fondamentalisti islamici.
Il martire, dalla parola greca μάρτυς, é colui che testimonia la propria fede nonostante le persecuzioni e arriva anche ad accettare la morte pur di non abiurare. Nella nostra cultura  il martirio ha un’accezione positiva, denota coraggio, forza d’animo, fedeltà a se stessi e ai propri ideali.
Tant’é che per estensione il termine é stato attribuito anche a coloro che sono morti per difendere i loro valori in nome della libertà,  penso a Ipazia, a Giordano Bruno, a Salvo D’Acquisto. La parola evoca una disposizione d’animo di grande generosità, la capacità  di compiere un gesto straordinario. Per questo non possiamo accreditare l’idea che i terroristi islamici siano shahid, martiri, come loro per primi vorrebbero farci credere nelle loro azioni di propaganda e di proselitismo.

  Farsi esplodere in mezzo a persone inermi, provocare morte e dolore inutili, non fa di loro i nuovi martiri del XXI secolo. No davvero! Che ne siano o no consapevoli, che siano o meno manipolati e funzionali ad un progetto politico di cui sono semplici pedine, essi sono e restano stragisti assassini. Cosi li dobbiamo chiamare.
Arrogarsi il diritto e il potere di dare la morte, interpretando alla lettera quanto dice il Libro  ‘’Non lasciar sulla terra - dei Negatori - vivo nessuno’’ (Corano 71:26) non puo’ in alcun modo essere equiparato all’atto di chi la morte la subisce per non tradire la propria fede. La semplice torsione linguistica che li accredita come martiri presso l’opinione pubblica rischia di sdoganare le stragi  compiute in preda a una sorta di delirio di onnipotenza, conferendo loro valore epico.
Nell’attentato di Lahore decine di bambini sono stati falcidiati
senza pietà. Quel gesto estremo e irrimediabile non é testimonianza di fede, gesto d’amore per la vita e i viventi ma sigillo mortifero: sancisce nella sua feroce crudeltà la supremazia della morte sulla vita.
La distanza fra il martire del primo cristianesimo  e lo shahid attuale ci consente tuttavia di cogliere un aspetto peculiare della concezione religiosa - tuttora  diffusa nell’Islam - se diamo credito a quanto scrive il poeta siriano Adonis nel suo libro Violenza ed Islam. La svalorizzazione della vita che accomuna i terroristi e rende invece seducente la morte, é strettamente connessa alla visione secondo la quale la morte é l’orizzonte della vita. Il potere di dare la morte é assai piu’ affascinante e virile del potere di generare la vita, soprattutto se accompagnato dalla convinzione di essere gli esecutori materiali della volontà di Allah. E dopo  a coronamento e premio, il Paradiso.
«S’assomiglia il Giardino - promesso ai timorati di Dio - a qualcosa nella quale scorrono i fiumi e i suoi frutti saranno perenni»   senza considerare l’attrattiva di un numero di «spose purissime» «fanciulle modeste di sguardo, bellissime d’occhi» mai prima toccate da uomini.
Siderale - oserei dire - la distanza rispetto alla concezione cristiana in cui la nascita é al centro dell’intera vicenda umana. Scrive Agostino in De civitate Dei: «Perché ci fosse un inizio fu creato l’uomo, prima del quale non esisteva nessuno». La nascita segna il prodursi di una novità nel mondo, fa apparire qualcuno che prima non c’era. Centrale in questa prospettiva la nascita del Bambino Divino: ad esso e alla sua testimonianza sulla croce é legata la salvezza dell’umanità.
Ma anche chi - come me - non puo’  caricare la nascita di un significato soprannaturale e trascendente, non puo’ non riconoscere la pregnanza di quanto scrisse Hannah Arendt in una lettera ad Heinrich Blücher - dopo aver assistito a Monaco alla rappresentazione dell’Oratorio di Haendel «Il Messia»: «Che opera! L’Alleluja mi risuona ancora nelle orecchie e nel corpo. Per la prima volta ho capito com’é formidabile: un bambino ci é nato! Il Cristianesimo é nonostante tutto qualcosa!».
Con la nascita di un bambino qualcosa di nuovo arriva al mondo. Il nuovo venuto spariglia le carte, introduce l’inedito e l’imprevedibile, porta con sé la speranza di una salvezza sempre possibile nel mondo anche nelle condizioni peggiori: l’esatto contrario della supremazia della morte e del suo dominio che negano alla radice il percorso del farsi umano. (30 marzo 2016) 




venerdì 1 aprile 2016

Sulla sessualità e la politica. Confronti

Sabato 2 aprile alle ore 17.30 a Macerata 
si svolge la presentazione del libro di G. Ricci 
Sessualità e politica. Viaggio nell'arcipelago gender (Sugarco)


Un certo uso ideologico dello scientismo e delle biotecnologie pretende di smantellare i concetti fondanti la nostra civiltà: l’identità sessuale, la differenza tra i sessi, la famiglia, la filiazione. Sulla soglia di una mutazione antropologica la visione gender impone la propria idea di uguaglianza e di libertà di godimento in nome di un diritto propagandato come bene comune. 
           Quale spazio rimane alla soggettività e all’umano? 
In questo libro l’autore - dopo Il padre dov’era – individua 6o voci che mappano un terreno su cui si gioca una scommessa decisiva. E’ un viaggio in cui vengono attraversati alcuni concetti cardine della psicanalisi, della filosofia, del diritto, dell’antropologia. Una serie di rinvii interni permette al lettore di costruirsi un suo personale percorso di lettura. 

martedì 12 gennaio 2016

L'AMORE NELL'ARCIPELAGO GENDER. Di Giancarlo Ricci

Da SESSUALITA' E POLITICA. 
VIAGGIO NELL'ARCIPELAGO GENDER di Giancarlo Ricci (Sugarco, 2016), pubblichiamo alcune pagine sul tema dell'amore.

Per leggere l' Introduzione dell'autore vai a: 

     Nei glossari gender la parola amore non compare: sparita. Abbandonato il complesso sentiero dell’amore l’ideologia gender opta per la sessuologia, con la sua pragmatica e la sua profilassi basata sul buon uso degli organi sessuali. La parola amore viene messa al bando; probabilmente troppo impegnativa, troppo soggettiva o portatrice di malintesi inestricabili. La parola d’ordine è il benessere, il <<benessere sessuale>>. 

Con le sue infinite e straordinarie varianti il tema dell’amore non è contenibile nelle linee guida gender. Se questa temibile parola dovesse comparire, siatene certi: è per ribadire che anche una coppia gay può amarsi veramente. Ancora di più: il loro amore può essere rivolto alla crescita di eventuali figli, adottivi o ottenuti con la fecondazione eterologa. Abbiamo il timore che qui l’amore si sia trasformato in una parola magica e onnipotente in grado di sconfiggere ogni “complicazione” di natura psichica, sociale, culturale, parentale. L’amore può tutto? Piuttosto dobbiamo constatare che nella vicenda chiamata amore, non tutto è amore... 
Nella sua prolifica molteplicità di significati e di sfumature, l’amore risulta imprescindibile agli esseri umani ed è strutturalmente implicato, a vario titolo, nella sessualità. Ma amore e sesso spesso si sperimentano disgiunti, divisi, irraggiungibili uno all’altro. Oppure: dove c’è uno non c’è  l’altro. O viceversa. Eppure, e non solo per quest’ultimo motivo, quando gli umani lo nominano è come se parlassero di una ferita che non rimargina. Quasi un anelito ogni volta sconfitto. Il <<vero>> amore abita l’impossibile. In tal senso lo psicanalista francese Jacques Lacan (1901-1981) ha inventato la parola amur giocando sull’assonanza tra amour (amore) e a mur (al muro): l’amore al muro, l’amore come muro insuperabile? L’amore ci mette con le spalle al muro? 
Lideologia gender suggerisce la profilassi sessuologica, insiste sullattrazione fra i sessi, sulla vita degli istinti, su appagamenti di bisogni o sullottenimento di diritti sessuali. Se tutto ciò viene riunito sotto la bandiera della profilassi, della prevenzione, della spiegazione quale anticipazione e rimedio ortopedico di ciò che dovrà accadere, sorge il sospetto che si tratti di uno spossessamento. Ovvero di una prevenzione che spegne lesperienza soggettiva, pretende di addestrarla mentre in realtà la soffoca costringendola in schemi preconfezionati.  La visione gender mortifica lamore.
Un esempio paradigmatico lo troviamo nelle raccomandazioni esplicitate in alcuni documenti europei sull’educazione sessuale. In particolare vengono suggeriti interventi di educazione sessuale precoci, raccomandando che è occorre prevenire. Tali raccomandazioni, in nome di un libero diritto alla sessualità, insistono a incentivare e promuovere quella che viene proposta come la <<matrice della sessualità>>. In essa, vengono spiegati i motivi per cui  <<leducazione sessuale dovrebbe iniziare prima dei quattro anni>> (p.34). Ecco il <<politicamente corretto>> applicato alleducazione sessuale: il soggetto, fin dai primi anni, deve essere reso edotto degli innumerevoli godimenti che di diritto può trarre dal proprio corpo. Li deve sperimentare quasi fosse un obbligo, un esercizio didattico. Poi potrà scegliere cioé esercitare la sua libertà. Tutto ciò delinea purtroppo la consistenza di un teorema perverso. 
La (per)versione sessuologica è la via maestra, proposta in nome dell’educazione sessuale, che conduce ad appropriate <<competenze>>. Tra queste: esigere dai corpi il giusto piacere, il piacere sessuale come prestazione, come obbligo, come necessità irrinunciabile, come benessere.  O come infinite varianti di godimenti imprevedibili e nuovi. In tutto ciò domina un gigantesco qui pro quo: invece della relazione, l’altro come oggetto erotico; invece della sorpresa dell’incontro, la reciprocità dello scambio; invece della passione, la prestazione; invece del corpo, il macchinismo degli organi sessuali.  
In altri documenti prevale la stessa visione sessuologica. Anche nei rinomati libretti dell’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali) <<Educare alla diversità a scuola>>, emanati a livello governativo (Dipartimento delle Pari Opportunità e Miur), nel 2013, non compare la parola amore. Al suo posto ricorre invece la parola magica <<attrazione>>. 

    Notiamo di sfuggita che la logica meccanicistica secondo cui gli oggetti sessuali, inseriti in uno scenario pulsionale, si attraggono o si respingono, ricalca una logica dominata dall’alternanza tra feticismo (attrazione) e fobia (repulsione). Tale sistema, così ipotizzato, è parecchio rudimentale e non rispecchia affatto la complessità della vita amorosa ed erotica degli umani. Ridurre l’amore ad attrazione, significa privilegiare la dimensione pulsionale rispetto al mondo della soggettività, della vita psichica e spirituale cancellando la dimensione della sublimazione.