lunedì 11 aprile 2016

Lo strazio di LAHORE. Di Luciana Piddiu

Pubblichiamo queste considerazioni di LUCIANA PIDDIU intorno all'attentato di Lahore (Pakistan) del 27 marzo 2016. La supremazia della morte praticata dal terrorismo
è tutt'altra cosa dal martirio. 


“Là dove si fa violenza all’uomo, la si fa anche al linguaggio” 
Primo Levi, I sommersi e i salvati
                                                                  
Mi verrebbe da dire, parafrasando Primo Levi (“…là dove si fa violenza all’uomo, la si fa anche al linguaggio”) che vale anche il contrario: se si fa violenza al linguaggio, la si fa anche agli esseri umani. E lo dico a ragion veduta, in polemica con quanti, scrittori, giornalisti, intellettuali, chiamano  shahid, martiri, i fondamentalisti islamici.
Il martire, dalla parola greca μάρτυς, é colui che testimonia la propria fede nonostante le persecuzioni e arriva anche ad accettare la morte pur di non abiurare. Nella nostra cultura  il martirio ha un’accezione positiva, denota coraggio, forza d’animo, fedeltà a se stessi e ai propri ideali.
Tant’é che per estensione il termine é stato attribuito anche a coloro che sono morti per difendere i loro valori in nome della libertà,  penso a Ipazia, a Giordano Bruno, a Salvo D’Acquisto. La parola evoca una disposizione d’animo di grande generosità, la capacità  di compiere un gesto straordinario. Per questo non possiamo accreditare l’idea che i terroristi islamici siano shahid, martiri, come loro per primi vorrebbero farci credere nelle loro azioni di propaganda e di proselitismo.

  Farsi esplodere in mezzo a persone inermi, provocare morte e dolore inutili, non fa di loro i nuovi martiri del XXI secolo. No davvero! Che ne siano o no consapevoli, che siano o meno manipolati e funzionali ad un progetto politico di cui sono semplici pedine, essi sono e restano stragisti assassini. Cosi li dobbiamo chiamare.
Arrogarsi il diritto e il potere di dare la morte, interpretando alla lettera quanto dice il Libro  ‘’Non lasciar sulla terra - dei Negatori - vivo nessuno’’ (Corano 71:26) non puo’ in alcun modo essere equiparato all’atto di chi la morte la subisce per non tradire la propria fede. La semplice torsione linguistica che li accredita come martiri presso l’opinione pubblica rischia di sdoganare le stragi  compiute in preda a una sorta di delirio di onnipotenza, conferendo loro valore epico.
Nell’attentato di Lahore decine di bambini sono stati falcidiati
senza pietà. Quel gesto estremo e irrimediabile non é testimonianza di fede, gesto d’amore per la vita e i viventi ma sigillo mortifero: sancisce nella sua feroce crudeltà la supremazia della morte sulla vita.
La distanza fra il martire del primo cristianesimo  e lo shahid attuale ci consente tuttavia di cogliere un aspetto peculiare della concezione religiosa - tuttora  diffusa nell’Islam - se diamo credito a quanto scrive il poeta siriano Adonis nel suo libro Violenza ed Islam. La svalorizzazione della vita che accomuna i terroristi e rende invece seducente la morte, é strettamente connessa alla visione secondo la quale la morte é l’orizzonte della vita. Il potere di dare la morte é assai piu’ affascinante e virile del potere di generare la vita, soprattutto se accompagnato dalla convinzione di essere gli esecutori materiali della volontà di Allah. E dopo  a coronamento e premio, il Paradiso.
«S’assomiglia il Giardino - promesso ai timorati di Dio - a qualcosa nella quale scorrono i fiumi e i suoi frutti saranno perenni»   senza considerare l’attrattiva di un numero di «spose purissime» «fanciulle modeste di sguardo, bellissime d’occhi» mai prima toccate da uomini.
Siderale - oserei dire - la distanza rispetto alla concezione cristiana in cui la nascita é al centro dell’intera vicenda umana. Scrive Agostino in De civitate Dei: «Perché ci fosse un inizio fu creato l’uomo, prima del quale non esisteva nessuno». La nascita segna il prodursi di una novità nel mondo, fa apparire qualcuno che prima non c’era. Centrale in questa prospettiva la nascita del Bambino Divino: ad esso e alla sua testimonianza sulla croce é legata la salvezza dell’umanità.
Ma anche chi - come me - non puo’  caricare la nascita di un significato soprannaturale e trascendente, non puo’ non riconoscere la pregnanza di quanto scrisse Hannah Arendt in una lettera ad Heinrich Blücher - dopo aver assistito a Monaco alla rappresentazione dell’Oratorio di Haendel «Il Messia»: «Che opera! L’Alleluja mi risuona ancora nelle orecchie e nel corpo. Per la prima volta ho capito com’é formidabile: un bambino ci é nato! Il Cristianesimo é nonostante tutto qualcosa!».
Con la nascita di un bambino qualcosa di nuovo arriva al mondo. Il nuovo venuto spariglia le carte, introduce l’inedito e l’imprevedibile, porta con sé la speranza di una salvezza sempre possibile nel mondo anche nelle condizioni peggiori: l’esatto contrario della supremazia della morte e del suo dominio che negano alla radice il percorso del farsi umano. (30 marzo 2016) 




venerdì 1 aprile 2016

Sulla sessualità e la politica. Confronti

Sabato 2 aprile alle ore 17.30 a Macerata 
si svolge la presentazione del libro di G. Ricci 
Sessualità e politica. Viaggio nell'arcipelago gender (Sugarco)


Un certo uso ideologico dello scientismo e delle biotecnologie pretende di smantellare i concetti fondanti la nostra civiltà: l’identità sessuale, la differenza tra i sessi, la famiglia, la filiazione. Sulla soglia di una mutazione antropologica la visione gender impone la propria idea di uguaglianza e di libertà di godimento in nome di un diritto propagandato come bene comune. 
           Quale spazio rimane alla soggettività e all’umano? 
In questo libro l’autore - dopo Il padre dov’era – individua 6o voci che mappano un terreno su cui si gioca una scommessa decisiva. E’ un viaggio in cui vengono attraversati alcuni concetti cardine della psicanalisi, della filosofia, del diritto, dell’antropologia. Una serie di rinvii interni permette al lettore di costruirsi un suo personale percorso di lettura. 

martedì 12 gennaio 2016

L'AMORE NELL'ARCIPELAGO GENDER. Di Giancarlo Ricci

Da SESSUALITA' E POLITICA. 
VIAGGIO NELL'ARCIPELAGO GENDER di Giancarlo Ricci (Sugarco, 2016), pubblichiamo alcune pagine sul tema dell'amore.

Per leggere l' Introduzione dell'autore vai a: 

     Nei glossari gender la parola amore non compare: sparita. Abbandonato il complesso sentiero dell’amore l’ideologia gender opta per la sessuologia, con la sua pragmatica e la sua profilassi basata sul buon uso degli organi sessuali. La parola amore viene messa al bando; probabilmente troppo impegnativa, troppo soggettiva o portatrice di malintesi inestricabili. La parola d’ordine è il benessere, il <<benessere sessuale>>. 

Con le sue infinite e straordinarie varianti il tema dell’amore non è contenibile nelle linee guida gender. Se questa temibile parola dovesse comparire, siatene certi: è per ribadire che anche una coppia gay può amarsi veramente. Ancora di più: il loro amore può essere rivolto alla crescita di eventuali figli, adottivi o ottenuti con la fecondazione eterologa. Abbiamo il timore che qui l’amore si sia trasformato in una parola magica e onnipotente in grado di sconfiggere ogni “complicazione” di natura psichica, sociale, culturale, parentale. L’amore può tutto? Piuttosto dobbiamo constatare che nella vicenda chiamata amore, non tutto è amore... 
Nella sua prolifica molteplicità di significati e di sfumature, l’amore risulta imprescindibile agli esseri umani ed è strutturalmente implicato, a vario titolo, nella sessualità. Ma amore e sesso spesso si sperimentano disgiunti, divisi, irraggiungibili uno all’altro. Oppure: dove c’è uno non c’è  l’altro. O viceversa. Eppure, e non solo per quest’ultimo motivo, quando gli umani lo nominano è come se parlassero di una ferita che non rimargina. Quasi un anelito ogni volta sconfitto. Il <<vero>> amore abita l’impossibile. In tal senso lo psicanalista francese Jacques Lacan (1901-1981) ha inventato la parola amur giocando sull’assonanza tra amour (amore) e a mur (al muro): l’amore al muro, l’amore come muro insuperabile? L’amore ci mette con le spalle al muro? 
Lideologia gender suggerisce la profilassi sessuologica, insiste sullattrazione fra i sessi, sulla vita degli istinti, su appagamenti di bisogni o sullottenimento di diritti sessuali. Se tutto ciò viene riunito sotto la bandiera della profilassi, della prevenzione, della spiegazione quale anticipazione e rimedio ortopedico di ciò che dovrà accadere, sorge il sospetto che si tratti di uno spossessamento. Ovvero di una prevenzione che spegne lesperienza soggettiva, pretende di addestrarla mentre in realtà la soffoca costringendola in schemi preconfezionati.  La visione gender mortifica lamore.
Un esempio paradigmatico lo troviamo nelle raccomandazioni esplicitate in alcuni documenti europei sull’educazione sessuale. In particolare vengono suggeriti interventi di educazione sessuale precoci, raccomandando che è occorre prevenire. Tali raccomandazioni, in nome di un libero diritto alla sessualità, insistono a incentivare e promuovere quella che viene proposta come la <<matrice della sessualità>>. In essa, vengono spiegati i motivi per cui  <<leducazione sessuale dovrebbe iniziare prima dei quattro anni>> (p.34). Ecco il <<politicamente corretto>> applicato alleducazione sessuale: il soggetto, fin dai primi anni, deve essere reso edotto degli innumerevoli godimenti che di diritto può trarre dal proprio corpo. Li deve sperimentare quasi fosse un obbligo, un esercizio didattico. Poi potrà scegliere cioé esercitare la sua libertà. Tutto ciò delinea purtroppo la consistenza di un teorema perverso. 
La (per)versione sessuologica è la via maestra, proposta in nome dell’educazione sessuale, che conduce ad appropriate <<competenze>>. Tra queste: esigere dai corpi il giusto piacere, il piacere sessuale come prestazione, come obbligo, come necessità irrinunciabile, come benessere.  O come infinite varianti di godimenti imprevedibili e nuovi. In tutto ciò domina un gigantesco qui pro quo: invece della relazione, l’altro come oggetto erotico; invece della sorpresa dell’incontro, la reciprocità dello scambio; invece della passione, la prestazione; invece del corpo, il macchinismo degli organi sessuali.  
In altri documenti prevale la stessa visione sessuologica. Anche nei rinomati libretti dell’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali) <<Educare alla diversità a scuola>>, emanati a livello governativo (Dipartimento delle Pari Opportunità e Miur), nel 2013, non compare la parola amore. Al suo posto ricorre invece la parola magica <<attrazione>>. 

    Notiamo di sfuggita che la logica meccanicistica secondo cui gli oggetti sessuali, inseriti in uno scenario pulsionale, si attraggono o si respingono, ricalca una logica dominata dall’alternanza tra feticismo (attrazione) e fobia (repulsione). Tale sistema, così ipotizzato, è parecchio rudimentale e non rispecchia affatto la complessità della vita amorosa ed erotica degli umani. Ridurre l’amore ad attrazione, significa privilegiare la dimensione pulsionale rispetto al mondo della soggettività, della vita psichica e spirituale cancellando la dimensione della sublimazione. 

mercoledì 9 dicembre 2015

Benjamin a Milano. Di Rosalba Maletta


Una pagina di Rosalba Maletta A Milano con Benjamin. Soglie ipermoderne tra flânerie e time-lapse (Mimesis, 2015). 
Il paragrafo è "Terza Incursione. Il Cristo in scurto all’epoca del web 3.0": Benjamin di fronte alla celebre tela di Mantegna. 
La Milano sommersa delle vie d’acqua incrocia la città liberty e futurista: il Duomo, Brera e il Cenacolo vinciano ci parlano con le chiose di Benjamin e colgono aspetti inediti di una città che già alla fine del maggio 1912 si presenta agli occhi dello straniero che viene dal Nord foriera di mutamenti decisivi per le sorti del pianeta.

“Accanto alla Pietà Benjamin vide il celebre Cristo morto del Mantegna che nel Secondo Novecento dei movimenti di
"Cristo morto" di Mantegna
liberazione e degli sperimentalismi conosce una popolarità senza precedenti, da Pasolini a instagram.
. Benché il parallelo tra il quadro e la scena della morte di Ettore in Mamma Roma venga incessantemente riproposto, Pasolini giammai lo accolse. Allievo di Roberto Longhi, in Mamma Roma (1962) egli dispiega una sensibilità artistica e doti visionarie che lo spingono a prendere poi la penna per motivare il rifiuto del parallelo, oramai invalso, con il Cristo in scurto. Nell’ottobre del 1962 esorta Longhi, al quale il film è
Dal film "Mamma Roma" di Pasolini
dedicato, a mettere fine alle illazioni interpretative riguardanti la scena della morte del protagonista sul letto di contenzione: «Ah, Longhi, intervenga lei, spieghi lei, come non basta mettere una figura di scorcio e guardarla con le piante dei piedi in primo piano per parlare di influenza mantegnesca! Ma non hanno occhi questi critici? Non vedono che bianco e nero così essenziali e fortemente chiaroscurati della cella grigia dove Ettore (canottiera bianca e faccia scura) è disteso sul letto di contenzione, richiama pittori vissuti e operanti molti decenni prima del Mantegna? O che se mai, si potrebbe parlare di un’assurda e squisita mistione tra Masaccio e Caravaggio?» (P. P. Pasolini, “Il film e la critica. Sfogo per Mamma Roma” in VIE NUOVE n. 40, 4 ottobre 1962, Anno XVII). 
Dato che ci muoviamo per Milano con Benjamin, fine indagatore dell’esplorazione percettologica nei suoi incroci e
Dal film "Salvatore Giuliano" di Francesco Rosi
nelle manipolazioni tra le arti e le tecniche di rappresentazione, non è possibile passare sotto silenzio le molteplici suggestioni che questa tela, destinata all’uso privato e devozionale, ha alimentato nel panorama artistico a partire dalla chiusa del film di Francesco Rosi" Salvatore Giuliano"(1962). 

Che dire poi del corpo del Che fotografato a Vallegrande in Bolivia nel 1967 da Freddy Alborta. Quello stesso anno John
Che Guevara
Berger ne appronta una lettura memorabile. 
E ancora, come dimenticare la chiusa di "Ogro" (1979) di Gillo Pontecorvo? Una svolta si registra nel 1992 con la campagna pubblicitaria della Benetton, frutto del sodalizio con Oliviero Toscani. Gigantografie tappezzano le strade del mondo occidentale “ostendendo” il corpo di David Kirby, malato di AIDS, circondato dai congiunti sul letto di morte. Scrive Benjanim: “10 Ottobre 1928 [...] la nuova educazione popolare prende le mosse dal fenomeno delle visite di massa e trasforma la quantità in qualità, ovverosia ci si aspetta che la forma in cui le cose si lasciano rappresentare per noi nella maniera più perspicua operi sul sapere scientifico in maniera vivificante e stimolante” (Appunti sparsi da giugno a ottobre 1928, GS VI, p. 417).
Colorata artificialmente da Toscani, la foto era stata individuata affatto casualmente da Tibor Kalman, in quel
Foto di Therese Frare
periodo editor e 

collaboratore della Benetton. Scattata in bianco e nero da Therese Frare, all’epoca giovane studentessa di giornalismo, la foto ha fatto storia anche perché nel punctum di osservatore e fotografo è messo a fuoco uno spaccato della società civile alle prese con la sindrome da immunodeficienza acquisita (AIDS) che, partendo dagli States, cambia la storia dei diritti umani nel mondo.
La Frare scatta la foto nel 1990 per uso quasi privato o, comunque, amatoriale ma finisce su Life e vince il World Press Photo Award del 1991. La famiglia di Kirby ne autorizza poi la pubblicazione nella campagna della Benetton, che fa subito registrare accese polemiche con tanto di appelli istituzionali per entrare nel Guinness dei primati dell’anno 2000 come la campagna pubblicitaria più controversa della storia”.


domenica 29 novembre 2015

OLTRE LA CENA UN'ULTIMA SCENA. Conversazioni con Maria Cristina Madau


Lunedì 30 nov. 2015, alle 18.30, presso l’INSTITUT FRANCAIS di Milano in Corso Magenta 63

conversazione in occasione della presentazione
del Catalogo della Mostra 

OLTRE LA CENA UN’ULTIMA SCENA,

con artisti e critici tra cui: 

LUCIANO CRESPI, CHIARA GATTI,
PIETRO MARANI, 
MARIA CRISTINA MADAU, GIANCARLO RICCI.



lunedì 6 luglio 2015

L'IDOLO DALLA BIBBIA A LACAN. Intervento di Massimo Recalcati sul libro di SILVANO PETROSINO



Notevole quest'ultimo libro di Silvano Petrosino; fin dalla copertina dove il volto dell'Io e del suo trionfo idolatrico, si sfalda lentamente fino a svanire. E' il destino dell'idolo. E parimenti il destino che la psicanalisi assegna all'Io. 
Pubblichiamo  alcuni passi dell'intervento di Massimo Recalcati “La Repubblica” (2.6.15), sul libro del filosofo Petrosino, L’idolo. Teoria di una tentazione. Dalla Bibbia a Lacan (Mimesis 2015). 


La presentazione del libro si svolge 
martedì 24 novembre 2015, alle ore 18 
presso GALLERIA SAN FEDELE, Via Hoepli 3/b a Milano.
Intervengono:
 SILVANO PETROSINO (filosofo)
MARIO GIORGETTI FUMEL (psicoanalista)
LUCA MOSCATELLI (biblista)

(…) In un libro che mette coraggiosamente a colloquio la lezione della Bibbia e quella di Lacan, titolato L’idolo. Teoria di una tentazione: dalla Bibbia a Lacan (Mimesis), Silvano Petrosino prosegue la sua perlustrazione critica del nostro tempo iniziata con due formidabili e saettanti libri: Babele. Architettura, filosofia e linguaggio di un delirio (Melangolo, 2002) e Soggettività e denaro. Logica di un inganno (Jaca Book, 2012). 

Se le analisi sociologiche di Bauman mettono l’accento sul carattere “liquido” del discorso del capitalista, sulla sua tendenza alla dispersione e alla dissoluzione dei legami sociali, Petrosino ci indica come quel discorso proprio mentre azzera l’orizzonte simbolico del mondo offre al soggetto, attraverso la proliferazione mercificata di nuovi idoli, un rifugio, un riparo fantasmatico, una solidificazione della sua esistenza. Cos’è, infatti, un idolo? È una promessa di compattamento della vita umana. È una parte che il soggetto eleva alla dignità del tutto per sconfessare il carattere infinito del desiderio e la mancanza che esso porta irrimediabilmente con sé. In questo senso il culto dell’idolo è sempre un’operazione perversa, se la perversione è il tentativo di diventare padroni assoluti del proprio desiderio. Se, infatti, il desiderio è un’apertura che non si lascia mai colmare da nulla e se il soggetto del desiderio è un soggetto, come ci invita a pensare Lacan, lacunare, mancante, leso, l’inganno del discorso del capitalista consiste, secondo Petrosino, nel voler convertire la logica del desiderio in quella del bisogno offrendo al soggetto un oggetto in grado di garantirgli una consistenza.
L’idolo sorge, infatti, come oggetto capace di catturare fantasmaticamente il desiderio assorbendone la trascendenza. Per questa ragione l’idolo più grande, il più pericoloso, il più folle, è quello dell’Io. L’Io - come Lacan indica - non è altro che il soggetto “allo stato di idolo”, poiché l’idolo non è solo una falsa immagine di Dio, ma è soprattutto una falsa immagine dell’uomo. La tentazione più estrema sulla quale sia il testo biblico che quello di Lacan non risparmiano di ammonirci, è quella di fare dell’Io un oggetto capace di spurgare il soggetto di ogni mancanza e di ogni trascendenza. È il miraggio di falsa padronanza che ispira la perversione: il soggetto non appare più assoggettato alla trascendenza del desiderio, ma diventa padrone dell’oggetto del suo bisogno attraverso il suo possesso. È lo stesso inganno che pilota il collezionista che insegue l’ultimo agognato “pezzo” della sua collezione pur sapendo che nemmeno il possesso di questo pezzo potrà estinguere davvero la sua passione. L’idolo vorrebbe dare una consistenza sostanziale all’Io, renderlo autosufficiente, emanciparlo dalla trascendenza del desiderio, farne davvero l’ultimo “pezzo” della collezione. In realtà il culto dell’idolo si rivela essere una forma radicale di schiavitù: il soggetto si consegna al suo idolo perdendo se stesso. Non si soddisfa mai nel consumare l’oggetto, ma è piuttosto il godimento compulsivo degli oggetti che finisce per consumarlo. Cosa spinge l’uomo a fabbricare continuamente idoli se non per scansare l’impatto angosciante con la trascendenza del proprio desiderio? Con la propria libertà? Non è forse questo a cui alludeva anche Dostoevskij quando scriveva che «non c’è per l’uomo rimasto libero più assidua e tormentosa cura che quella di cercare un essere a cui inchinarsi»? 

mercoledì 1 luglio 2015

IMMUNOLOGIA A PARTIRE DA AUSCHWITZ. Di Sergio Luzzatto


Sergio Luzzatto racconta in questa recensione 
(uscita su Kolòt voci, il 8.6.15)  la storia del medico ebreo Ludwik Fleck che sperimentò nel ghetto di Leopoli un vaccino anti-tifo tratto dai pazienti infetti: un ufficiale SS ne fu colpito e gli affidò la guida del laboratorio nel Lager. 
Il libro: Arthur Allen, Il fantastico laboratorio del dottor Weigl. Come due scienziati trovarono un vaccino contro il tifo e sabotarono il Terzo Reich (traduzione di Enrico Griseri), Bollati Boringhieri 2015.


Primo Levi ha riconosciuto come decisivo per la sua sopravvivenza ad Auschwitz il fatto di avere potuto lavorare, da un certo momento in poi, nel Kommando Chimico di Monowitz-Buna. Di essere stato reclutato, grazie alla sua laurea scientifica, in quella caricatura della ricerca sperimentale che nella fabbrica Buna corrispondeva al laboratorio del Reparto Polimerizzazione.


 L’ebreo italiano tatuato con il numero 174517 è sopravvissuto perché aveva superato, al cospetto del «Doktor Pannwitz», un «esame di chimica» (è il titolo di un capitolo di "Se questo è un uomo") talmente improbabile e grottesco da contenere – forse – l’«essenza della grande follia della terza Germania». Un anno prima di lui, a un altro uomo di scienza toccò di avvicinare l’essenza di quella grande follia. Era un uomo di oltre vent’anni più vecchio del venticinquenne Primo Levi, e ben più noto di lui prima di essere deportato. Era un medico polacco, un ebreo di Galizia che si chiamava Ludwik Fleck e che aveva pubblicato in tedesco, nel 1935, Genesi e sviluppo di un fatto scientifico: una pietra miliare della moderna epistemologia. Nella Leopoli tragica del 1943, toccò a Fleck di superare, al cospetto di un tale dottor Weber delle SS, un esame di batteriologia. E gli toccò quindi di aderire al più incongruo possibile dei profili professionali: immunologo ad Auschwitz.
    La storia di Fleck, e delle straordinarie circostanze che lo portarono a dirigere il laboratorio sierologico del cosiddetto Istituto di Igiene di Auschwitz, è raccontata ora in un libro tradotto per i tipi di Bollati Boringhieri: ll fantastico laboratorio del dottor Weigl, di Arthur Allen. Un gran bel libro, sul più ingrato degli argomenti: la lotta contro il tifo nell’Europa del Terzo Reich e della Soluzione finale; nell’Europa di Heinrich Himmler e del dottor Mengele, delle finte docce di Auschwitz e delle vere camere a gas. Il collante della storia è rappresentato – evidentemente – dai pidocchi. Dagli insetti parassiti, che fin dall’inizio del Novecento erano stati scientificamente riconosciuti quali agenti infettivi del tifo. E dagli ebrei, che fin dagli esordi del nazismo erano stati additati quali parassiti disgustosi e ubiqui, che andavano estirpati dal corpo sano della Germania e dall’intero suo «spazio vitale». La «geomedicina» tedesca degli anni Trenta aveva fatto il resto, promuovendo l’idea che il tifo fosse una patologia caratteristicamente ebraica, e prestando così legittimazione scientifica alla costruzione dei ghetti. Dopodiché, il nesso cogente tra disinfestazione dai pidocchi e disinfestazione dagli ebrei aveva trovato la più plastica delle evidenze – ad Auschwitz-Birkenau – nella procedura di svestizione che immediatamente precedeva l’andata in gas.
    Nella Leopoli cosmopolita degli anni Venti, il giovane Ludwik Fleck era stato assistente di Rudolf Weigl: lo zoologo austro-polacco che aveva poi, negli anni Trenta, messo a punto un sistema pioneristico (ancorché disgustoso) per produrre un vaccino anti-tifo. Vaccino ottenuto alimentando larve di pidocchi con sangue umano, che gli insetti succhiavano dalle cosce e dai polpacci di donatori volontari; iniettando nei pidocchi sani il batterio del tifo tratto da pidocchi infetti; omogeneizzando e centrifugando gli intestini dei pidocchi contaminati, ripieni del sangue succhiato agli «alimentatori». Alle soglie della Seconda guerra mondiale, il vaccino di Weigl rappresentava quanto di più efficace fosse conosciuto in Europa quale metodo di profilassi antitifica. Il che contribuisce a spiegare il destino occorso al laboratorio del dottor Weigl dopo l’Operazione Barbarossa del giugno 1941, cioè dopo l’invasione tedesca dell’Europa orientale.

giovedì 11 giugno 2015

IL VOLTO, LO SGUARDO E LE MANI DELLA MADRE. Recensione a Massimo Recalcati


Presentiamo alcuni passi della recensione di 
Benedetta Tobagi al libro di Massimo Recalcati 
Le mani della madre (Feltrinelli). 
L'articolo è uscito su "La Repubblica" il 8.5.2015.  
Il testo completo:  



(...) Se la funzione paterna veicola il senso umano della Legge, ovvero "una Legge nel desiderio" (...) il tratto caratteristico della funzione materna è "la cura particolareggiata", ossia l'amore per la vita incarnata nell'unicità irripetibile del figlio. 



«Il desiderio della madre trasmette il sentimento della vita»: attraverso le mani, il loro tocco amorevole, il loro sostegno forte, ma ancor più tramite lo sguardo. Se «l'eredità materna riguarda il diritto del figlio all'esistenza», per converso, la vita del bambino non voluto o rifiutato dalla madre (anche, si badi bene, quando sia materialmente accudito di tutto punto) «è esposta traumaticamente all'incontro violento e prematuro con l'insensatezza dell'essere». La madre è fondamento ma anche fondo oscuro dell'esistenza, come — ha notato acutamente la junghiana Enrichetta Buchli — ben sapeva il Goethe del Faust: «Un tripode infuocato ti dirà finalmente / che avrai toccato il fondo del più profondo abisso. / Alla sua luce tu vedrai le Madri. […] Fa' cuore, allora, ché è grande il pericolo», avverte Mefistofele.
L'autore di riferimento è, come di consueto, Jacques Lacan, il cui linguaggio ostico è "tradotto" da Recalcati in termini accessibili, ma il saggio offre anche una panoramica divulgativa di riflessioni intorno al materno da Freud alla koiné psicoanalitica degli ultimi anni, passando per figure chiave come André Green, autore di uno studio fondamentale sugli effetti devastanti della "madre morta" in senso affettivo, in quanto spenta e assente per il figlio: un "lutto bianco" quasi impossibile da elaborare.
"Avere" un bambino, si dice. Ma la funzione materna si sostanzia, piuttosto, nell'essere capace di lasciar andare il figlio, a tempo debito, nella rinuncia al possesso. Se ciò non accade, il corpo della madre «può diventare una presenza in eccesso, che abolisce ogni discontinuità, ogni differenza» e ridurre il figlio a oggetto al servizio esclusivo del proprio godimento. Una presenza angosciante, come i ragni mastodontici scolpiti da Louise Bourgeois sotto il titolo Maman. Quanti bambini sono stati solo feticci, oppure, come Vincent Van Gogh, sostituti di fratellini morti in precedenza, con esiti disastrosi per la loro psiche? La maternità porta con sé fantasmi d'onnipotenza, perché il bambino offre spontaneamente «quello che nessun soggetto maschile — salvo forse certi psicotici — è in grado di offrire alla propria compagna», ossia «la sua stessa esistenza, senza riserva». L'amore divorante della madre-coccodrillo di Lacan può essere arginato, da una parte, dalla Legge del Padre, dall'altra, dalla capacità della donna di non auto-annullarsi nel ruolo di genitrice. È pericoloso, per il figlio, quando dietro la smania di diventare madre si cela il bisogno di colmare mancanze di senso e d'autostima.
A partire dal bel saggio Le Matriarche di Catherine Chalier, Recalcati rivisita alcuni topoi religiosi. Le madri del celebre giudizio di Salomone sono due facce sempre presenti, a livello inconscio, nella maternità. Le gravidanze miracolose della vergine Maria (figura non riducibile all'archetipo materno caro al sistema patriarcale, la donna desessualizzata, idealizzata e votata al sacrificio) o della vecchia e sterile Sara sono figura perfetta del fondamento simbolico della maternità come apertura audace e totale all'Altro. Senza quest'apertura, senza una disponibilità autentica, talora persino la fertilità biologica risulta compromessa: Recalcati narra vari casi di sterilità psicogena, superati sciogliendo i nodi (dai lutti non elaborati ai complessi d'inadeguatezza) attraverso l'analisi.

venerdì 1 maggio 2015

L'ETERNITA' INVECCHIA. Sulla poesia di Celan. Di MARIO AJAZZI MANCINI

Giovedì 28 maggio alle ore 18.30, 
presso i FRIGORIFERI MILANESI (via Piranesi 10 - Milano) si svolge la presentazione del libro di Mario Ajazzi Mancini L'eternità invecchia. Sulla poesia di Celan 
(Orthotes Edizioni). 
Oltre all'autore intervengono: Dario Borso, Nicole Janigro, Rosalba Maletta, Giancarlo Ricci

Lungo uno schema “narrativo” il libro si presenta come una serie di letture  intorno all’ultima produzione di Paul Celan, alla cosiddetta opera postuma (dal 1967 al 1970). L'eternità invecchia che riprende e completa un lavoro svolto in un volume precedente (A nord del futuro,  Clinamen 2009) è anche un libro sulla traduzione. Esso interroga la lingua italiana a partire dal confronto con un testo originale straordinariamente arduo, ma tale anche da offrirle opportunità di trasformazione e “arricchimento”. In questa prospettiva, la riflessione sulla lingua diviene per lo più riflessione filosofica sulla poesia, intesa come condizione estrema del significare, limite di dicibilità sul bordo dell’insensatezza. I temi sono le “cose ultime” e il modo in cui è ci concesso parlarne: la vita, la morte, il sacrificio, l’incontro, il dialogo, l’attenzione, la preghiera, la follia… 
Leonardo, Diluvio, 1515 ca.
Queste "cose ultime" si presentano nella scrittura di Celan in un' infinita varietà di forme. In tal senso egli è un mirabile interprete del ‘900. La sua opera conclusiva sporge con decisione dai confini storici, e offre al pensiero, alla parola la speranza di un oltre. Un oltre talvolta anche luminoso. Letture, storie di lettura, intorno all’ultima produzione poetica di Paul Celan, che cercano di sporgersi oltre la soglia idealmente tracciata dalla raccolta Atemwende (Svolta di respiro) del 1965 – pubblicata nel 1967. Per raccontare degli ultimi anni di una vita dedicata alla memoria e alla poesia, alla testimonianza di una ignominia (la Shoah) e alla ricerca inesausta di un dire che potesse essere innocente nella lingua di chi forse non potrà mai esserlo. Ma anche ad accordare alla scrittura una fiducia tanto impossibile quanto straordinaria, per la sua capacità di fare argine, di compattarsi sul bordo dell’insensatezza. Posta etica che si trascrive nella massima densità di una parola, talvolta una singola parola, che è limite e sfida per la traduzione. Tanto feconda nondimeno da concedere uno sguardo differente sulle medesime cose che questa poesia indica come decisive e inaggirabili. Preghiera, sacrificio, speranza, dialogo (perfino nella follia) ... Tanto sul versante degli interlocutori quanto dei luoghi di un confronto dal passo serrato sulle piste di quest’avventura, affinché dall’Assisi di Francesco, dalla Hütte di Heidegger, dal monte Moriah, da Parigi e Gerusalemme, sia possibile affermare che la vita è da benedire, da dire bene ogni volta che c’è, e che si attesta nella mirabile varietà dei nomi, delle figure in cui si declina, siano quelle di un ciuchino mansueto, dell’ariete sacrificale, delle lucciole (vers luisants) che continuano a vagare, intermittenti lumicini di affidamento, speranzosamente accordato a ogni incontro.

sabato 25 aprile 2015

LA BANALITA' DEL SUICIDIO E GLI ALTRI di Giancarlo Ricci

L’aereo precipita. Il pilota cerca disperatamente di riprendere quota. Gli alberi e le rocce sotto di noi si avvicinano e si ingrandiscono paurosamente. Molte volte abbiamo visto questa scena, al cinema o alla televisione, comodamente sdraiati sul divano, con le mani che stringevano i braccioli. No, questa volta non c’è il lieto fine, l’istante miracoloso della salvazione. L’aereo finisce contro le rocce con un boato. Tutto finisce.  E pare proprio il trionfo del male. 
Perché facciamo fatica a dimenticare il recente fatto di cronaca del pilota suicida con il suo insano gesto di portare alla morte decine di passeggeri?  Credo perché qualcosa nel nostro immaginario si raddoppia. Siamo abituati nei film a vedere scene del genere: aerei che precipitano, il terrore dei passeggeri, il corpo a corpo tra i buoni e i cattivi, la lotta tra sequestrati e sequestratori. L’immaginario della modernità ama il gigantismo, gli effetti speciali, la sconfitta del male, le azioni degli eroi.  
Eppure il raddoppiamento tra finzione e realtà rende ancora più traumatico l’avvenimento. Anzi, forse, costituisce il trauma stesso: qualcosa che avevamo immaginato si realizza, oltrepassa la finzione dello schermo e ci invade con terrore. Non solo: ciò che avevamo immaginato come le scene più “intense” di un film - l’aereo mentre precipita, il grattacielo in fiamme, il transatlantico che si inabissa - ci intratteneva, occupava il nostro tempo libero. Erano scene che in qualche modo - orribile a dirsi - ci appassionavano o addirittura ci divertivano. Facciamo fatica, in questo contesto, a scrivere la parola “divertiva”: suona come qualcosa di blasfemo o di sacrilego. E così ci troviamo lacerati. Eppure qui, proprio in questo punto così critico c’è qualcosa di opaco che pulsa, quasi un enigma che persiste a non farsi interrogare. 

Da una parte la finzione in cui un evento drammatico viene rappresentato in tutta la sua drammaticità, dall’altra la dura e feroce realtà che replica lo stesso evento dando luogo a una sconvolgente tragedia. Non c’è, non può esserci, mediazione possibile. Anzi c’è uno iato, una scissione, un baratro tra questi due territori. E noi ci troviamo in mezzo a questa divisione, sospesi nello stupore e nell’incredulità. Ci chiediamo non tanto come è potuto accadere, ma per quale via ciò che abbiamo immaginato nella finzione abbia potuto avverarsi. E’ proprio qui il punto di un’incrinatura insanabile. Come quel celebre attore che l’11 settembre 2001, dalla finestra del suo hotel, vede le fiamme avvolgere le Torri Gemelle. Incredulo accende la televisione per verificare se fosse vero. E lo schermo trasmette appunto, in diretta, il crollo delle Torri. 
Questi spunti aprono una serie di questioni. Tra le tante ci soffermiamo sul tema della distruzione e della pulsione di morte, come la chiama la psicanalisi. A tal proposito le pungenti parole di Dostoevskij in Memorie dal sottosuolo lasciano intravedere una prospettiva sorprendente: “L’uomo talvolta ama tremendamente la sofferenza addirittura fino alla passione [...]. Ama creare e aprirsi nuove strade ma allora perché egli ama così appassionatamente anche la distruzione e il caos?”. Non è facile rispondere a questa domanda. Che rimane in bilico come una piuma tra il tema del male e quello dell’umano, tra il destino e la scelta, tra la constatazione della necessità e l’istanza della libertà. 
     Il soggetto umano, nel nostro caso, è un pilota d’aerei. Un semplice pilota. Ma non potremmo parlare di un semplice suicida, né tantomeno della banalità del suicidio. Perché il vero enigma pare coincidere, anche qui, con una sorta di diabolico raddoppiamento: Il gesto di togliersi la vita, e per tragica conseguenza portare alla morte decine di passeggeri. Questo doppio l’enigma si coniuga in modo indissolubile con l’istanza della giustizia. Perché mai per darsi la morte occorre far morire altre 149 altre persone? Non ci sono risposte possibili. Solo crude constatazioni e parecchie altre domande: da dove proviene il distruggere umano, quel distruggere "di fronte al quale - osservava Jacques Lacan - persino gli animali feroci recedono inorriditi"? Qui le nostre considerazioni terminano, o meglio, come una piuma rimangono in bilico tra l’umano e l’inumano. Una vertigine. 

sabato 24 gennaio 2015

Charlie o non Charlie, un dilemma amletico? Di Giancarlo Ricci

     Molti, moltissimi, subito dopo gli atti terroristici di Parigi, hanno dichiarato: Je suis Charlie. Qualche riflessione. Non tanto sul nominare Charlie, nome assassinato e messo a morte, quanto sull’essere Charlie: Io sono Charlie. Dichiarazione di identità? Orgoglio di appartenenza? Difesa dei valori rappresentati da Charlie Hebdo? La solidarietà qui è assoluta. Ma, proprio per questo, affermare con orgoglio Je suis Charlie ci sembra poco, quasi un’occasione persa. All’offesa possiamo rispondere in modo tremendamente più lungimirante. L’affermazione “Io sono Charlie” ci pare connotata dalla modestia, e altrettanto “Io non sono Charlie” (che osa di più): non suona come l’anima bella ferita nella sua ipnotica identità narcisista? 
Io sono allo specchio - Iccir, 2010
Perchè affermare Je suis Charlie ci sembra poco? Perchè “essere” Charlie significa - con tutto il rispetto - rinchiudersi in un recinto identitario sgangherato. Tra l’altro non so se è stato notato che je suis, in francese, è al contempo voce del verbo être e del verbo suivre: si scrivono e si pronunciano infatti allo stesso modo. Dunque oltre a “Io sono Charlie”, c’è anche “Io seguo Charlie”. Dunque chi sono? Un lettore, un seguace, un follower di Charlie? La mia identità, la “nostra” identità di “occidentali” ha bisogno di un supporter, di un idolo cui aggrapparsi? 
    Proviamo a fare un giro più ampio. Scomodiamo Cartesio con il suo celebre “penso dunque sono”. Non aveva torto, a suo modo, nel far presente che innanzitutto, prima di poter dire Io, occorre che ci sia pensiero. Lo psicanalista Jacques Lacan ha voluto sottolineare che l’inconscio non è addomesticabile dall’astuzia della ragione. Ha così lanciato un aforisma folgorante: “Penso dove non sono, e sono dove non penso”. Un duro colpo alla ragione più o meno illuminata o illuminista, a quella ragione che crede di farla sempre da padrone. 
Lo specchio mi guarda - Iccir, 2010
In effetti con la psicanalisi, abbiamo un corpo a corpo tra l’Io, che presume di farla sempre da padrone, e un territorio impensabile (l’inconscio) dove l’Io non è in grado di pensarsi, piuttosto è pensato. Per questa via i giochi si sovvertono e si rovesciano. Una lotta interminabile insomma, una rincorsa infinita tra guardie e ladri, tra terroristi e polizia potremmo dire oggi, trasponendo. Un seguire e un inseguirsi per avere ragione dell’Altro. Qui i confini svaniscono, il paradigma immunitario impazzisce. Il risultato: la barbarie abita il cuore della civiltà come una sorta di virus autoimmune.
Così nell’orgogliosa affermazione Je suis Charlie, qualcosa, e forse parecchio, rimane nell’ombra, nella finzione della dimenticanza, nel punto cieco della buona coscienza, nel punto vuoto di un’identità che ha bisogno di appoggiarsi a un Altro per poter stare in piedi. Quasi come il dilemma di Amleto: essere o non essere? Chi sono io? Come o da dove trovare il garante della mia identità? Forse che Charlie rappresenta il mio Altro in cui riconoscermi e in cui rispecchiarmi? Soprattutto occorre convincersi che la mia libertà, se è tale, deve avere la caratteristica di essere senza limiti. Tutto il resto non importa. La responsabilità che tutto il resto implica e chiama in causa, non importa.
Lo sguardo dell'angelo - Iccir, 2010
   Qualcosa di indichiarabile e di indicibile si spalanca nella battuta Je suis Charlie, piuttosto fa avanzare un’ombra, una macchia cieca, una zona scotomizzata. E’ talmente macroscopica che non si vede. Un grande studioso di diritto nonchè psicanalista, Pierre Legendre, in un notevole libro dal titolo L’Occidente invisibile (Medusa, 2009), scritto un decennio or sono, notava: “L'Occidente contemporaneo evita di affrontare il fondo, al contempo oscuro e tragico, della questione dell'identità, al punto che, in un paese come la Francia, la parola stessa identità rimane oggi bandita (p. 24).    

     Sì, l’Occidente ha perso il bandolo e pretende di bandire le differenze per affermare una presunta supremazia: “Oggi - prosegue Legendre -  l’Occidente si vede in un rapporto ormai sempre più pericoloso con le culture giudicate ribelli. Resta da afferrare l’Occidente come non si vede, vale a dire straniero a se stesso e tuttavia sempre se stesso” (p.11). E ancora: “La modernità contemporanea sta per affrontare la sua zona d'ombra, in quanto si troverà immancabilmente alle prese con gli effetti di quel che essa misconosce della propria evoluzione:  la minaccia che pesa sul suo rapporto alla Ragione” (p. 8). In effetti, senza accorgersene “siamo i prigionieri di storie genealogiche, gli eredi di un certo modo di costruire la ragione di vivere (…) e per questa via, noi Occidentali, strutturalmente restiamo tanto tradizionalisti e tanto conservatori quanto il resto dell’umanità” (p. 26). 

sabato 17 gennaio 2015

SULLA LIBERTA', SENZA SATIRA. Pensieri su "Charlie Hebdo" e sui nostri occidentali disorientamenti. Di G.Ricci

L’etimo di satira rinvia a saturo, a saturazione, a miscuglio, e anche al gioco sferzante del satiro, creatura lasciva e dedita a voluttuose ebrezze. Ma chi avrebbe immaginato che la satira potesse oggi diventare oggetto di tante pallottole? Dopo le stragi di Parigi è comprensibile che moltissimi parlino di libertà di satira e facciano di questa libertà un emblema assoluto.
Ma è proprio qui che appare un nodo: che la sfrenata libertà di satira venga fatta coincidere con l’emblema della libertà, della Libertà di noi occidentali. Quest’ultimi venerano l’idolo della libertà senza accorgerci che la libertà pone immediatamente la questione stessa dell’altro (e dell’Altro), degli altri, del prossimo, del simile, del Nebenmensch freudiano.
Babele       - Iccir, 2011
  
    

   Gli occidentali gridano che ciascuno deve essere un soggetto libero: libertà di espressione, libertà di pensiero, libertà di godere, libertà di desiderare. Il punto cieco è che non può esistere un “soggetto libero” perché il soggetto (sub jectum), per definizione, è già da sempre assoggettato. Se così non fosse la psicanalisi, ma non solo, non avrebbe più alcun senso, svanirebbe in un soffio. Rimarrebbe (ma già ci siamo) il regno dell’Io, il regno della padronanza e dell’esercizio della libertà, appunto.
Il punto cieco, invisibile e scotomizzato, è che ogni libertà ha il suo foro esterno e il suo foro interno, come dicevano gli antichi, ovvero una doppia responsabilità, verso la dimensione “pubblica” e verso quella “privata”. Più semplicemente: la scissione propugnata dalla contemporaneità, per motivi di business, di ingegneria sociale e di espansione dei mercati, tra il concetto di libertà e quello di responsabilità, promuove allegramente una schizofrenizzazione dei legami sociali e una concezione perversa della comunità. Delocalizza il “pubblico” e il “privato”, offre il diritto al godimento senza limite, addomestica l’alterità a favore dell’alterazione.

Ba-babele      - Iccir , 2011
L’attuale e celebrata enfasi posta sulla satira fa pensare. Nulla contro “Charlie Hebdo”, anzi un omaggio. Ma che sia un omaggio alto, il più alto. Tanta enfasi sulla satira fa pensare perché in fondo la satira è una figura della comicità. La quale è decisamente diversa dal Witz, dove un frammento di verità irrompe accompagnato dalla risata, e ben distinta dalla grandiosità dell’umorismo che, incurante dell’avversità, non ride ma difende a perdifiato l’umano. Freud lo ha insegnato, ma anche Pirandello, Bergson e un numero indefinibile di saggisti, scrittori, poeti, pensatori. 
No, la satira non raggiunge le vette, per sua natura. Vive e talvolta vivacchia all’ombra della trasgressione, del piccolo divertimento, della provocazione. Gioca a scompigliare il “politicamente corretto” (di questo dobbiamo darle merito). La satira attende che l’altro reagisca e accusi il colpo (purtroppo abbiamo visto). Non osa dire cosa realmente pensa ma si appoggia a ciò che è stato detto da un altro per far sentire la sua voce. Vorrebbe avere voce in capitolo ma manca di un pensiero proprio. E allora graffia, punzecchia, giunge sino al sarcasmo, si serve della parodia e della caricatura. Deturpa, sfregia, devasta. Ma soprattutto: dissacra, consacra, massacra. In nome di un voler dire... che non è detto e non si dice. Si può solo immaginare o disegnare.
Post Babele      - Iccir, 2011
    Ahimè, moriremo di satira, noi sedicenti occidentali. Andremo a picco per aver imbarcato troppi satiri con le loro gaie e prevedibili ebbrezze. Moriremo saturi, pieni delle nostre satire. Saturi delle nostre libertà bulimiche, saturi dei nostri diritti preconfezionati, saturi delle nostre coscienze ciniche e imbellettate.  Cediamo a compromessi su tutte le altre libertà, ma alla libertà di satira non rinunciamo. Per dimostrarlo dobbiamo spingere la satira fino alla blasfemia e all’insulto. Ormai, quando tutto è possibile, quando tutto è consumabile e immaginabile, rimane l’effetto speciale. Un incubo.
Il teorema risulta devastante: solo senza un limite possiamo dimostrare di essere davvero liberi. Solo così siamo davvero Occidentali e possiamo esserne orgogliosi. Di ciò che sta tramontando (alla lettera: che si sta occidentalizzando) non ci interessa un bel niente. Del resto se possiamo fare ancora satira sfrenata e gratuita, significa che gli “occidentali disorientamenti” non ci toccano. 
Abbiamo la libertà, ce la siamo guadagnata: abbondante, senza limiti, cieca, sorda, autoreferenziale. Ciò che è accaduto si è incagliato in qualche angolo della nostra memoria e ogni tanto riaffiora. Non importa, avremo pure la libertà di ignorare? Ciò che oggi accade, ogni giorno in qualche angolo della storia, ci getta addosso ciò che non abbiamo voluto sapere. Non importa, abbiamo pure la libertà di scansarci, nevvero? Ciò su cui dovevamo dire qualcosa, qualcosa che ci sfiorava o ci colpiva in pieno volto, è rimasto nel mesto e composto tacere. Perché non potremmo essere liberi di sottacere? Di voltarci elegantemente dall’altra parte? La libertà riserviamola, per favore, solo per cose serie. 
     E così facendo ogni paradigma immunitario si sgretola,
Babele araba - Iccir, 2011
impazzisce, confonde amici e nemici, rende irriconoscibili le libertà vere da quelle apparenti, quelle proclamate da quelle praticate. Rende luccicanti quelle libertà in cui facciamo finta di riconoscerci e con cui amiamo confortarci, e getta nella dimenticanza e nel silenzio tutto il resto. Le pattumiere sono colme di quantità enormi di libertà usate e gettate. L’inconscio non perdona. E ci aspetta al varco quando meno ce lo attendiamo. Non satireggia l’inconscio. E non indietreggia. Avanza a colpi di reale. 

domenica 28 dicembre 2014

L'ascolto dell'analista.Testimonianza di Suzanne Hommel.



 Gestapo come geste à peau
  Il breve racconto di Suzanne Hommel, psicanalista dell’Ecole de la Cause Freudienne e dell’AMP, evoca una seduta con Lacan avvenuta nel 1974. E’ il frammento di una testimonianza intorno alla pratica clinica, al lavoro della parola e del significante.
 L’ascolto dell’analista restituisce un altro senso al corpo, alla carne, alla pelle. L’inconscio talvolta è a fior di pelle. Dal significante Gestapo ritorna per via acustica geste à peau: la carezza di Lacan è un gesto che si scrive sulla pelle, un gesto a pelle. Non rimane senza effetti (Giancarlo Ricci).
   Ma è anche la voce di Hommel - rauca, lontana, affaticata - a colpirci. Viene da lontano, da un'altra regione, da una memoria che stenta a ritrovarsi, che resiste ad affacciarsi al ricordo. 
  La testimonianza è tratta dal film di Gérard Miller “Rendez-vous chez Lacan” (2011).