lunedì 21 novembre 2016

LEZIONI ELEMENTARI. Monologo in versi di Roberto Mussapi

Segnaliamo la presentazione, giovedì  24 nov., del monologo in versi di Roberto Mussapi, Lezioni elementari (ed. Stampa 2009) 
alla Casa della poesia di Milano (via Fomentini 10, ore 19.30). 

Oltre la voce recitante di Roberto Mussapi intervengono 
Maurizio Cucchi, Milo De Angelis, Amos Mattio

                          

“Forse tu riconosci qualcuno che hai visto da piccolo
così come a volte vedi l’invisibile:
è impossibile nel mondo del tempo che scorre,
il tempo della storia e della strada percorsa.
Ma il bambino non è ancora nel tempo
 legato dal suo cordone al buio che germina,
il bambino non è ancora nato del tutto, è nascente.
Lo riconoscerai perché sarà la sua anima
allora così visibile e lampante
a perdurare, nonostante il tempo.
La strada che ognuno percorre allontana e addensa
attorno a ognuno l’aura dell’anima
facendola individuale, incorporata al nome.
I passi che marciavano insieme, i piccoli passi
ora sono più lunghi e gli occhi vedono
là, oltre l’orizzonte, un’ombra.
Le strade divergono, l’anima regge
e tiene unito ciò che il tempo divise
per fare storia, fare solitudine".  


Lezioni elementari è un monologo teatrale, in versi, scritto anni fa. Lo interpretai a Cuneo, in un circolo culturale, vicinissimo alla Scuola Elementare Soleri, dove vissi la mia avventura con il Maestro e i miei compagni. Dopo qualche anno lo pubblicai presso l’editore Stampa 2009, nella collana diretta da Maurizio Cucchi. Ho subito immaginato Lezioni Elementari per la scena teatrale. Se dovessi scegliere una sola frase per  definire il senso di questo mio poema per teatro, citerei il poeta Emilio Zucchi: “Una strana e felice fusione tra il tuo  Il Cimitero dei Partigiani  e La classe morta di Kantor.” 
ROBERTO MUSSAPI 

Cher Roberto, mon ami Alain Madeleine-Perdrillat a déjà terminé la traduction de ce grand poème, je l'ai dans mon ordinateur et je la trouve très belle, autant que fidèle. Destinée à paraître dans une revue très respectée,  "Conférence", ce sera un événement majeur dans la réception de votre oeuvre en France. Bien à vous... 
YVES BONNEFOY 

“Un monologo, questo di Roberto Mussapi, che è soprattutto il racconto  sensibilissimo e ricco di figure e quotidiani eventi di un tempo remoto, quello dell'infanzia e della scuola, nel quale ognuno potrà godere della felicità di ritrovarsi, di ritrovare il sentimento vivo di un passato, il proprio, nei suoi tratti più impressi nella memoria. Ecco allora I nomi e i volti dei compagni di scuola, i temi in classe e le partite, la saggia regia educativa del maestro, al quale il poemetto è dedicato: un personaggio centrale nella crescita dell'io narrante, il cui felice consenso diverrà un solido modello di riferimento. Mussapi lavora su un doppio registro, e cioè quello orizzontale, narrativo-prosastico del vero e proprio racconto,  e quello verticale, lirico-meditativo, eppure a sua volta descrittivo e concretissimo, dei corsivi sull'Universo e il suo aperto formarsi.  Un microcosmo dentro la vastità del cosmo, un proiettarsi dell'uno nell'altro nel tempo non-tempo dell'umana memoria.” 
MAURIZIO CUCCHI  (dalla Prefazione al volume in I quaderni della Collana)

“Il maestro Minardi ha aperto una strada e ha indicato la rotta da seguire, ha puntato il dito nella direzione di ciò che sarà il destino di Roberto Mussapi, la poesia. L’avventura della poesia, dedicato a Gabriele Minardi, un libro  emblematico in cui il poeta racconta la propria formazione, le scoperte, le passioni e il definirsi della sua impresa: quell’avventura fu coltivata, propiziata, favorita, sui banchi di scuola, il Maestro aiutò il bambino a trovare la sua strada perigliosa, con le sue letture dei grandi scrittori contemporanei e la sua continua esortazione a cercare nella vita dei valori che la trascendessero, in forma e con strumenti umani. Lezioni elementari è quindi un  monologo in versi, un genere che Mussapi ha praticamente reinventato nella letteratura italiana e che ha creato una spontanea scuola poetica e una tendenza creativa di questi anni, e in quanto tale avrà realizzazioni sceniche  teatrali.” 
FABRIZIO PAGNI (dalla Presentazione)

“Racchiuso all’interno della rievocazione del passato, a sua volta favorita dalla contemplazione di una vecchia fotografia, si  nasconde infatti un poemetto nel poemetto, squarci di quella cosmogonia  scolastica che spontaneamente riaffiora perché tornare all'infanzia significa confrontarsi di nuovo, e sempre, con la penombra arcana del principio.
«Il bambino non è ancora nato del tutto, è nascente», scrive Mussapi fissando l'orizzonte di questo e di tanti altri suoi componimenti (anche il capolavoro  Gita meridiana, in fondo, è la cronaca di un cominciamento impossibile, eppure immanente e reale)”.
ALESSANDRO ZACCURI (Avvenire, 17 gennaio 2016)

“Ecco rivivere letteralmente da una fotografia di gruppo, un mondo: la storia di una classe elementare degli anni sessanta; si srotola nelle pagine il momento dell’apprendistato iniziale che è apprendimento oltre che intellettuale anche fisico (…) Ed è toccante entrare nel vasto pronunciamento di questo poema, dove in fotogrammi essenziali eccoli assorti nella luce iniziale dell’ascolto, Dutto, Odasso, i gemelli Chirilli, Sigismondi, Tallone, seguire il maestro nelle letture di Hemingway, Montale, Ungaretti, Sbarbaro e poi misurarsi nella lotta libera perché occorre coltivare il corpo non solo lo spirito. Minardi sembra pensare come gli antichi che non distinguevano tra pensiero e pratica ma avverte: “Se qualcuno batte la testa e sanguina io perdo il suo posto…”. 
GUIDO MONTI (In Poesia, di Luigia Sorrentino. Il primo blog di poesia della Rai, December 19, 2015).

“Un amore che comprende la dimensione della perpetua formazione: sarà, d'altra parte, un caso che, lo scorso anno, Mussapi abbia pubblicato uno stupendo e moralmente nobile poemetto incentrato sulla grandezza didattica e umana del proprio compianto maestro elementare, Lezioni elementari - Monologo sul maestro Gabriele Minardi”. 
EMILIO ZUCCHI (La Gazzetta di Parma)

“Il monologo Lezioni elementari  è dedicato a Gabriele Minardi, il suo maestro delle scuole primarie, ex partigiano, che insegnava autori contemporanei:  Sbarbaro, Montale, Ungaretti, Fenoglio, Hemingway. Un insolito Maestro di vita e cultura, sicuro modello di riferimento, che lo incoraggiò a scrivere con nota di merito per lo svolgimento di un tema. Il poemetto procede per riscoperte di volti e nomi dei compagni, appannati o dimenticati dopo mezzo secolo, grazie a una vecchia fotografia della classe, e per cronache di eventi quotidiani dell’infanzia quali i tornei di lotta libera e le partite di calcio, che il maestro costringeva a giocare fino allo sfinimento, ma sempre con lealtà, per farli divenire piccoli uomini, pronti a seguire gli ideali di giustizia, libertà e coraggio. A intervalli, tra un ricordo e l’altro, trovano spazio momenti lirici di intensa meditazione, folgorazioni sul senso e l’origine dell’Universo.”  
FRANCO MANZONI (Il Corriere della sera)

Attraverso la poesia di Mussapi, un suo giovanissimo allievo con grembiule e calzoni corti, Gabriele Minardi esce dalla dimensione storica (benché tanti possano ancora dire di "averlo conosciuto di persona") per entrare in una dimensione mitica. Diventa così l'archetipo del maestro, un personaggio mitico, ponendosi, rispetto alla scuola elementare, come Ettore Fieramosca rispetto alla "cavalleria": un eroe fuori dal tempo. 
AMOS MATTIO 

mercoledì 5 ottobre 2016

IL CINEMA DI OZU. Due incontri a partire dal suo film "Viaggio a Tokio"

Segnaliamo l'iniziativa che si tiene presso la Biblioteca Crescenzago (Milano, Viale Don Orione 19) relativa all'opera del regista Ozu e in particolare al suo film "Viaggio a Tokio". 
I due incontri, ideati da Davide Bersan (http://ascoltoenarrazione.blog.tiscali.it)
 si tengono venerdì 14 e 28 ottobre alle ore 20.30. 

Note di DAVIDE BERSAN su Viaggio a Tokio 

Nell'itinerario che abbiamo percorso  attraverso le opere di Yashuijiro Ozu a partire da maggio 2015 (siamo già al quarto ciclo di incontri) non poteva mancare  Viaggio a Tokio ritenuto anche dalla critica occidentale non solo  una delle sue opere migliori ma anche una pietra miliare della  storia del cinema mondiale. Date queste premesse credo sia opportuno spogliarsi per quanto possibile di pregiudizi e aspettative per lasciarsi condurre nella visione del film dal ritmo lento della narrazione e dalla bellezza delle immagini che il recente restauro  ci ha restituito. Si rischierebbe di rimanere delusi rimanendo attaccati  a dei criteri troppo "occidentali" che privilegiano la storia o dei messaggi che essa deve veicolare.

       Se proprio dobbiamo cercare un messaggio all'interno del racconto filmico potrebbe essere sintetizzato nel proverbio citato almeno due volte nell’ultima parte  e che impensierisce il terzo figlio Keizo "A che serve fare il letto al morto?" e che in altre parole può essere espresso "meglio servire i genitori finchè sono vivi" ma evidentemente sarebbe troppo riduttivo ricondurre il film  di Ozu a questo unico tema. In effetti Tokio monogatari che andrebbe tradotto "Una storia di Tokio" è un'opera ricca di allusioni e premonizioni, di rimandi e  significati che si rivelano a poco a poco, in cui le sequenze si richiamano l'una con l'altra e il tutto  forma una trama intessuta  finemente i cui fili dopo aver compiuto il loro percorso si ricompongono in un quadro unitario. Non essendoci quadro senza una cornice che lo circonda e lo abbellisce possiamo apprezzare il rigore formale del regista nel fare di ogni sequenza  una composizione di immagini quasi completa in sè stessa che pur ponendosi in una continuità l'una rispetto all'altra producono nello spettatore anche l'impressione di "stacco", di una certa discontinuità che però viene subito smussata dalla gentilezza del suo peculiare tratto narrativo.
     L'attenzione al contesto e all'ambiente in cui si muovono e interagiscono i protagonisti ci situa in loro compagnia dandoci la possibilità di assaporare il clima e  l'atmosfera che circonda le loro vicende che si snodano attraverso lo scorrere lento del quotidiano. Le piccole storie di ogni giorno con i loro dialoghi semplici e pieni di sottintesi, dove il non detto supera di gran lunga ciò che viene espresso, acquistano un significato corale. Non è il singolo infatti ma  la famiglia  a essere protagonista e la coscienza sofferente ma serena di Shukichi e Tomi  che ci appare come la superfice di un lago di montagna che presenta solo quelle pressochè impercettibili increspature celando ciò che agita le sue profondità,  non fa altro che da suo catalizzatore e rappresentante. Le speranze, le trepidazioni, le ansie, le delusioni e i dispiaceri della coppia di anziani fungono  da cassa di risonanza di una grave crisi che attraversa l'istituto familiare  fino a dissolverlo quasi totalmente. Ozu stesso in un'intervista a proposito di questo film  ha parlato effettivamente di "disgregazione" della famiglia giapponese. Ma si sbaglia chi volesse vedervi un atteggiamento improntato al pessimismo e  al nichilismo catastrofista riguardo i legami famigliari. Non lo troverà, lo sguardo di Ozu è comunque positivo e accompagna il travaglio di queste persone attraverso un equilibrio che riesce a tenere insieme il distacco dai suoi oggetti  e un pathos discreto e sommesso.  Mentre vede tramontare un mondo non sa ancora con che cosa esso verrà sostituito e attraverso la posizione  estetica tipica di una  tradizione che affonda le radici nel buddismo zen conosciuta come mono no aware , sceglie di contemplarne la bellezza nel momento in cui ne vede la fugacità. La precarietà di ciò che è destinato a soccombere come tutte le cose ad un ineluttabile cambiamento (mujo, l'impermanenza) rende tutto ciò ancora più saturo di quel fascino fragile e struggente la cui contemplazione provoca quel sentimento particolare di commozione e nostalgica tristezza. Ma ciò in Ozu trascende la situazione particolare per collocarsi in una dimensione più ampia ed  esplorare dimensioni che vanno al cuore dell'umano. Così la famiglia di Shukichi e Tomi diventa paradigma del vivere e del trascorrere dell'esistenza dentro un orizzonte e un'afflato che sconfina nell'universale.

martedì 13 settembre 2016

TRAUMA E PERDONO. Francesco Migliorino interviene sul libro di Clara Mucci


L'intervento del giurista Francesco Migliorino 
in occasione della presentazione del libro di Clara Mucci, Trauma e perdono. Una prospettiva psicoanalitica intergenerazionale,
 (Raffaello Cortina Editore, Milano 2014) 
è di grande attualità.
Il titolo: 
«L’Histoire avec sa grande hache» 
(la Storia con la sua grande ascia)

di Francesco Migliorino*

“Je n’ai pas de souvenirs d’enfance”: je posais cette       affirmation avec assurance, avec presque une sorte de défi. L’on n’avait pas à m’interroger sur cette question. Elle n’était pas inscrite à mon programme. J’en étais dispensé: un autre histoire, la Grande, l’Histoire avec sa grande hache, avait déjà répondu à ma place: la guerre, les camps... 
     (G. Perec, W ou le souvenir de l’enfance,  Denoël, 1975) 


Vorrei provare a discutere il bel libro di Clara Mucci cominciando a leggerlo dalla fine. Meglio, dalle ultime parole di una citazione di Elie Wiesel: «qualunque sia la domanda, la disperazione non è la risposta» (p. 235). Un’apertura di senso, un ricominciare daccapo, l’incontrario di quel che ci si aspetta dalla conclusione di un libro. Una sorta di esergo messo volutamente fuori posto, che dà conto di un doloroso percorso di chi era ancora piccino per ricordare o di chi si sentiva troppo d’impaccio per raccontare. «Trauma» e «perdono» stanno affiancati nel titolo, ma è come se fossero la ‘prima’ e la ‘quarta’ di copertina, in mezzo una miriade di campi che sono al lavoro nel setting analitico, il cui esito non è mai dato per scontato: realtà e fantasia, Io e Tu, interno ed esterno, presente e passato, vittima e persecutore, lutto e depressione, devastazione e riparazione. Ancora con la scrittura aspra di Wiesel: «dall’orlo dell’abisso al sogno della redenzione».

Lungo questa via, nella trama narrativa restano impigliate vite offese e storie maledette che mettono a nudo — col loro carico d’infranto — il coinvolgimento emotivo del lettore, anche del lettore profano che fa fatica a orientarsi nella sterminata testualità in cui il nostro libro è venuto alla vita. 
C’è una ragione di ciò. L’Autrice ha una grande capacità di mettersi in dialogo col lettore e anche con se stessa. È evidente, ad ogni pagina. Per dirla con Wayne Booth, geniale teorico della narrazione, nel nostro caso l’autore implicito e il lettore implicito (creature etico-ideali dell’autore) raggiungono un accordo così pieno e completo da connotare la ‘letterarietà’ dell’opera. Il giudizio sul libro, perciò, è inseparabile dall’empatia che riesce a costruire con chi lo legge. Come per i testi narrativi, anche qui siamo portati «ad ammirare o detestare, amare o odiare» (1). Storie di ordinaria miseria che tracciano il perimetro stesso dell’umano: quella del bambino che «rende l’anima» per sopravvivere alla morte, o del piccolo Patrick che se ne sta seduto sul bastone della tenda per svanire dietro la pelle del geco, o del giovane James che abbandona il suo corpo galleggiando fino al soffitto per farsi una ragione di una cosa sbagliata (così la chiama!). Storie simili, fin troppo simili, all’universo psicotico dei campi, al «Warum?» di Primo Levi, al silenzio dei «salvati», col loro fardello di sofferenze psichiche che trapassano e prendono vigore da una generazione all’altra. Nelle pagine del libro, parole come «Umano», «Etica», «Relazione», «Empatia», «Memoria» sono fra quelle col maggior numero di occorrenze. A partire da queste parole, proverò a raccontare la mia personale esperienza di lettore.
Questo libro ha un’anima. Un nucleo duro che ne sostiene l’impianto teoretico e l’ispirazione etica, l’ermeneutica e le strategie cliniche. Da qui forse bisogna partire, dalla «realtà del trauma» che Clara Mucci assume come chiave euristica fondamentale. Per questa via, presente e passato, individuo e società, realtà e rappresentazione, natura e cultura non sono coppie oppositive, danno vita piuttosto a universi di significato fra loro interconnessi, in cui uno dei due poli passa nell’altro e viceversa. Dialetticamente, nel senso genuinamente hegeliano. 
Il trauma come lettura della contemporaneità. Leggiamo in proposito alcuni passaggi del nostro libro. Per Caty Caruth, alle radici del trauma c’è la Storia, con la maiuscola (2): «in una età catastrofica, il trauma stesso può offrire il trait d’union tra le culture», al punto da far dire alla nostra Autrice che «nel trauma perpetrato da mano umana, ciò che è umano definisce anche l’inumano» (Mucci: p. 6).
 E ancora: «dopo l’esperienza dei traumi reali con cui il Novecento si è dovuto misurare (guerre, eccidi, catastrofi, stermini, pulizie etniche, torture) […] una riformulazione del trauma sia psicoanaliticamente sia eticamente è diventata necessaria […] la verità dell’esperienza traumatica non è una patologia legata alla falsità o allo spostamento del significato, ma alla storia stessa» (p. 49). Con le stesse parole di Werner Bohleber, «con le esperienze estreme vissute e sofferte dagli uomini del XX secolo, il trauma si è trasformato in cifra interpretativa: non solo la psicoanalisi, ma anche le scienze umane hanno sperimentato la necessità di recuperare la ricerca e la comprensione in quest’ambito». È del tutto condivisibile, perciò, che Clara Mucci assuma la Shoah come radicale «cesura storica ed epistemologica» (p. 71).

È pur vero, però, che l’universo traumatico — coi suoi effetti di disregolazione affettiva, obliterazione del reale, dissociazione del Sé, disturbo di personalità, incorporazione fantasmatica dell’aggressore — ha tante scale di grigio. Dall’attaccamento disorganizzato e insicuro madre-bambino ai maltrattamenti, dall’abuso sessuale all’incesto, dal trauma cumulativo fino a quello sociale massivo. Nei casi più gravi, traumi perpetrati da mano umana producono, col tempo e da una generazione all’altra, comportamenti autodistruttivi e distruttivi delle relazioni interpersonali, deficit immunitari, stati di iperarousal e ripetuti mortiferi kindling. Emozioni troppo forti che sfuggono al controllo della coscienza — in ogni evento, grave o meno che sia — sono il risultato di una sorta di disconnessione tra la zona corticale orbito frontale e il sistema limbico di destra, specialmente l’amigdala e l’ippocampo.
Aggiungerei anche che ben prima del Novecento gli umani hanno vissuto «esperienze estreme» — come le chiama Bohleber — di indicibile crudeltà e ferocia. Ogni volta, per tantissime volte, nello spazio liminale tra umano e inumano. A volerle mettere in elenco, un lunghissimo elenco, lasceremmo fuori quelle storie che — come le carte dell’Impero di Borges — si sono disperse lacere sotto l’inclemenza del sole e degli inverni (3). Eppure, non usiamo il termine «trauma» per descrivere lo squartamento dei condannati a morte, o le grida lancinanti dei supplizi, o i roghi degli eretici, né proviamo una particolare empatia per gli Alemanni trucidati e annientati dai Franchi. C’è una ragione, forse. Il trauma, come evento «reale», vive come tale in un campo che lo significhi. Per essere indagato come fenomeno, non solo individuale, ma soprattutto sociale e culturale, non si può prescindere dalla sua contestualizzazione storica.

lunedì 11 aprile 2016

Lo strazio di LAHORE. Di Luciana Piddiu

Pubblichiamo queste considerazioni di LUCIANA PIDDIU intorno all'attentato di Lahore (Pakistan) del 27 marzo 2016. La supremazia della morte praticata dal terrorismo
è tutt'altra cosa dal martirio. 


“Là dove si fa violenza all’uomo, la si fa anche al linguaggio” 
Primo Levi, I sommersi e i salvati
                                                                  
Mi verrebbe da dire, parafrasando Primo Levi (“…là dove si fa violenza all’uomo, la si fa anche al linguaggio”) che vale anche il contrario: se si fa violenza al linguaggio, la si fa anche agli esseri umani. E lo dico a ragion veduta, in polemica con quanti, scrittori, giornalisti, intellettuali, chiamano  shahid, martiri, i fondamentalisti islamici.
Il martire, dalla parola greca μάρτυς, é colui che testimonia la propria fede nonostante le persecuzioni e arriva anche ad accettare la morte pur di non abiurare. Nella nostra cultura  il martirio ha un’accezione positiva, denota coraggio, forza d’animo, fedeltà a se stessi e ai propri ideali.
Tant’é che per estensione il termine é stato attribuito anche a coloro che sono morti per difendere i loro valori in nome della libertà,  penso a Ipazia, a Giordano Bruno, a Salvo D’Acquisto. La parola evoca una disposizione d’animo di grande generosità, la capacità  di compiere un gesto straordinario. Per questo non possiamo accreditare l’idea che i terroristi islamici siano shahid, martiri, come loro per primi vorrebbero farci credere nelle loro azioni di propaganda e di proselitismo.

  Farsi esplodere in mezzo a persone inermi, provocare morte e dolore inutili, non fa di loro i nuovi martiri del XXI secolo. No davvero! Che ne siano o no consapevoli, che siano o meno manipolati e funzionali ad un progetto politico di cui sono semplici pedine, essi sono e restano stragisti assassini. Cosi li dobbiamo chiamare.
Arrogarsi il diritto e il potere di dare la morte, interpretando alla lettera quanto dice il Libro  ‘’Non lasciar sulla terra - dei Negatori - vivo nessuno’’ (Corano 71:26) non puo’ in alcun modo essere equiparato all’atto di chi la morte la subisce per non tradire la propria fede. La semplice torsione linguistica che li accredita come martiri presso l’opinione pubblica rischia di sdoganare le stragi  compiute in preda a una sorta di delirio di onnipotenza, conferendo loro valore epico.
Nell’attentato di Lahore decine di bambini sono stati falcidiati
senza pietà. Quel gesto estremo e irrimediabile non é testimonianza di fede, gesto d’amore per la vita e i viventi ma sigillo mortifero: sancisce nella sua feroce crudeltà la supremazia della morte sulla vita.
La distanza fra il martire del primo cristianesimo  e lo shahid attuale ci consente tuttavia di cogliere un aspetto peculiare della concezione religiosa - tuttora  diffusa nell’Islam - se diamo credito a quanto scrive il poeta siriano Adonis nel suo libro Violenza ed Islam. La svalorizzazione della vita che accomuna i terroristi e rende invece seducente la morte, é strettamente connessa alla visione secondo la quale la morte é l’orizzonte della vita. Il potere di dare la morte é assai piu’ affascinante e virile del potere di generare la vita, soprattutto se accompagnato dalla convinzione di essere gli esecutori materiali della volontà di Allah. E dopo  a coronamento e premio, il Paradiso.
«S’assomiglia il Giardino - promesso ai timorati di Dio - a qualcosa nella quale scorrono i fiumi e i suoi frutti saranno perenni»   senza considerare l’attrattiva di un numero di «spose purissime» «fanciulle modeste di sguardo, bellissime d’occhi» mai prima toccate da uomini.
Siderale - oserei dire - la distanza rispetto alla concezione cristiana in cui la nascita é al centro dell’intera vicenda umana. Scrive Agostino in De civitate Dei: «Perché ci fosse un inizio fu creato l’uomo, prima del quale non esisteva nessuno». La nascita segna il prodursi di una novità nel mondo, fa apparire qualcuno che prima non c’era. Centrale in questa prospettiva la nascita del Bambino Divino: ad esso e alla sua testimonianza sulla croce é legata la salvezza dell’umanità.
Ma anche chi - come me - non puo’  caricare la nascita di un significato soprannaturale e trascendente, non puo’ non riconoscere la pregnanza di quanto scrisse Hannah Arendt in una lettera ad Heinrich Blücher - dopo aver assistito a Monaco alla rappresentazione dell’Oratorio di Haendel «Il Messia»: «Che opera! L’Alleluja mi risuona ancora nelle orecchie e nel corpo. Per la prima volta ho capito com’é formidabile: un bambino ci é nato! Il Cristianesimo é nonostante tutto qualcosa!».
Con la nascita di un bambino qualcosa di nuovo arriva al mondo. Il nuovo venuto spariglia le carte, introduce l’inedito e l’imprevedibile, porta con sé la speranza di una salvezza sempre possibile nel mondo anche nelle condizioni peggiori: l’esatto contrario della supremazia della morte e del suo dominio che negano alla radice il percorso del farsi umano. (30 marzo 2016) 




venerdì 1 aprile 2016

Sulla sessualità e la politica. Confronti

Sabato 2 aprile alle ore 17.30 a Macerata 
si svolge la presentazione del libro di G. Ricci 
Sessualità e politica. Viaggio nell'arcipelago gender (Sugarco)


Un certo uso ideologico dello scientismo e delle biotecnologie pretende di smantellare i concetti fondanti la nostra civiltà: l’identità sessuale, la differenza tra i sessi, la famiglia, la filiazione. Sulla soglia di una mutazione antropologica la visione gender impone la propria idea di uguaglianza e di libertà di godimento in nome di un diritto propagandato come bene comune. 
           Quale spazio rimane alla soggettività e all’umano? 
In questo libro l’autore - dopo Il padre dov’era – individua 6o voci che mappano un terreno su cui si gioca una scommessa decisiva. E’ un viaggio in cui vengono attraversati alcuni concetti cardine della psicanalisi, della filosofia, del diritto, dell’antropologia. Una serie di rinvii interni permette al lettore di costruirsi un suo personale percorso di lettura. 

martedì 12 gennaio 2016

L'AMORE NELL'ARCIPELAGO GENDER. Di Giancarlo Ricci

Da SESSUALITA' E POLITICA. 
VIAGGIO NELL'ARCIPELAGO GENDER di Giancarlo Ricci (Sugarco, 2016), pubblichiamo alcune pagine sul tema dell'amore.

Per leggere l' Introduzione dell'autore vai a: 

     Nei glossari gender la parola amore non compare: sparita. Abbandonato il complesso sentiero dell’amore l’ideologia gender opta per la sessuologia, con la sua pragmatica e la sua profilassi basata sul buon uso degli organi sessuali. La parola amore viene messa al bando; probabilmente troppo impegnativa, troppo soggettiva o portatrice di malintesi inestricabili. La parola d’ordine è il benessere, il <<benessere sessuale>>. 

Con le sue infinite e straordinarie varianti il tema dell’amore non è contenibile nelle linee guida gender. Se questa temibile parola dovesse comparire, siatene certi: è per ribadire che anche una coppia gay può amarsi veramente. Ancora di più: il loro amore può essere rivolto alla crescita di eventuali figli, adottivi o ottenuti con la fecondazione eterologa. Abbiamo il timore che qui l’amore si sia trasformato in una parola magica e onnipotente in grado di sconfiggere ogni “complicazione” di natura psichica, sociale, culturale, parentale. L’amore può tutto? Piuttosto dobbiamo constatare che nella vicenda chiamata amore, non tutto è amore... 
Nella sua prolifica molteplicità di significati e di sfumature, l’amore risulta imprescindibile agli esseri umani ed è strutturalmente implicato, a vario titolo, nella sessualità. Ma amore e sesso spesso si sperimentano disgiunti, divisi, irraggiungibili uno all’altro. Oppure: dove c’è uno non c’è  l’altro. O viceversa. Eppure, e non solo per quest’ultimo motivo, quando gli umani lo nominano è come se parlassero di una ferita che non rimargina. Quasi un anelito ogni volta sconfitto. Il <<vero>> amore abita l’impossibile. In tal senso lo psicanalista francese Jacques Lacan (1901-1981) ha inventato la parola amur giocando sull’assonanza tra amour (amore) e a mur (al muro): l’amore al muro, l’amore come muro insuperabile? L’amore ci mette con le spalle al muro? 
Lideologia gender suggerisce la profilassi sessuologica, insiste sullattrazione fra i sessi, sulla vita degli istinti, su appagamenti di bisogni o sullottenimento di diritti sessuali. Se tutto ciò viene riunito sotto la bandiera della profilassi, della prevenzione, della spiegazione quale anticipazione e rimedio ortopedico di ciò che dovrà accadere, sorge il sospetto che si tratti di uno spossessamento. Ovvero di una prevenzione che spegne lesperienza soggettiva, pretende di addestrarla mentre in realtà la soffoca costringendola in schemi preconfezionati.  La visione gender mortifica lamore.
Un esempio paradigmatico lo troviamo nelle raccomandazioni esplicitate in alcuni documenti europei sull’educazione sessuale. In particolare vengono suggeriti interventi di educazione sessuale precoci, raccomandando che è occorre prevenire. Tali raccomandazioni, in nome di un libero diritto alla sessualità, insistono a incentivare e promuovere quella che viene proposta come la <<matrice della sessualità>>. In essa, vengono spiegati i motivi per cui  <<leducazione sessuale dovrebbe iniziare prima dei quattro anni>> (p.34). Ecco il <<politicamente corretto>> applicato alleducazione sessuale: il soggetto, fin dai primi anni, deve essere reso edotto degli innumerevoli godimenti che di diritto può trarre dal proprio corpo. Li deve sperimentare quasi fosse un obbligo, un esercizio didattico. Poi potrà scegliere cioé esercitare la sua libertà. Tutto ciò delinea purtroppo la consistenza di un teorema perverso. 
La (per)versione sessuologica è la via maestra, proposta in nome dell’educazione sessuale, che conduce ad appropriate <<competenze>>. Tra queste: esigere dai corpi il giusto piacere, il piacere sessuale come prestazione, come obbligo, come necessità irrinunciabile, come benessere.  O come infinite varianti di godimenti imprevedibili e nuovi. In tutto ciò domina un gigantesco qui pro quo: invece della relazione, l’altro come oggetto erotico; invece della sorpresa dell’incontro, la reciprocità dello scambio; invece della passione, la prestazione; invece del corpo, il macchinismo degli organi sessuali.  
In altri documenti prevale la stessa visione sessuologica. Anche nei rinomati libretti dell’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali) <<Educare alla diversità a scuola>>, emanati a livello governativo (Dipartimento delle Pari Opportunità e Miur), nel 2013, non compare la parola amore. Al suo posto ricorre invece la parola magica <<attrazione>>. 

    Notiamo di sfuggita che la logica meccanicistica secondo cui gli oggetti sessuali, inseriti in uno scenario pulsionale, si attraggono o si respingono, ricalca una logica dominata dall’alternanza tra feticismo (attrazione) e fobia (repulsione). Tale sistema, così ipotizzato, è parecchio rudimentale e non rispecchia affatto la complessità della vita amorosa ed erotica degli umani. Ridurre l’amore ad attrazione, significa privilegiare la dimensione pulsionale rispetto al mondo della soggettività, della vita psichica e spirituale cancellando la dimensione della sublimazione. 

mercoledì 9 dicembre 2015

Benjamin a Milano. Di Rosalba Maletta


Una pagina di Rosalba Maletta A Milano con Benjamin. Soglie ipermoderne tra flânerie e time-lapse (Mimesis, 2015). 
Il paragrafo è "Terza Incursione. Il Cristo in scurto all’epoca del web 3.0": Benjamin di fronte alla celebre tela di Mantegna. 
La Milano sommersa delle vie d’acqua incrocia la città liberty e futurista: il Duomo, Brera e il Cenacolo vinciano ci parlano con le chiose di Benjamin e colgono aspetti inediti di una città che già alla fine del maggio 1912 si presenta agli occhi dello straniero che viene dal Nord foriera di mutamenti decisivi per le sorti del pianeta.

“Accanto alla Pietà Benjamin vide il celebre Cristo morto del Mantegna che nel Secondo Novecento dei movimenti di
"Cristo morto" di Mantegna
liberazione e degli sperimentalismi conosce una popolarità senza precedenti, da Pasolini a instagram.
. Benché il parallelo tra il quadro e la scena della morte di Ettore in Mamma Roma venga incessantemente riproposto, Pasolini giammai lo accolse. Allievo di Roberto Longhi, in Mamma Roma (1962) egli dispiega una sensibilità artistica e doti visionarie che lo spingono a prendere poi la penna per motivare il rifiuto del parallelo, oramai invalso, con il Cristo in scurto. Nell’ottobre del 1962 esorta Longhi, al quale il film è
Dal film "Mamma Roma" di Pasolini
dedicato, a mettere fine alle illazioni interpretative riguardanti la scena della morte del protagonista sul letto di contenzione: «Ah, Longhi, intervenga lei, spieghi lei, come non basta mettere una figura di scorcio e guardarla con le piante dei piedi in primo piano per parlare di influenza mantegnesca! Ma non hanno occhi questi critici? Non vedono che bianco e nero così essenziali e fortemente chiaroscurati della cella grigia dove Ettore (canottiera bianca e faccia scura) è disteso sul letto di contenzione, richiama pittori vissuti e operanti molti decenni prima del Mantegna? O che se mai, si potrebbe parlare di un’assurda e squisita mistione tra Masaccio e Caravaggio?» (P. P. Pasolini, “Il film e la critica. Sfogo per Mamma Roma” in VIE NUOVE n. 40, 4 ottobre 1962, Anno XVII). 
Dato che ci muoviamo per Milano con Benjamin, fine indagatore dell’esplorazione percettologica nei suoi incroci e
Dal film "Salvatore Giuliano" di Francesco Rosi
nelle manipolazioni tra le arti e le tecniche di rappresentazione, non è possibile passare sotto silenzio le molteplici suggestioni che questa tela, destinata all’uso privato e devozionale, ha alimentato nel panorama artistico a partire dalla chiusa del film di Francesco Rosi" Salvatore Giuliano"(1962). 

Che dire poi del corpo del Che fotografato a Vallegrande in Bolivia nel 1967 da Freddy Alborta. Quello stesso anno John
Che Guevara
Berger ne appronta una lettura memorabile. 
E ancora, come dimenticare la chiusa di "Ogro" (1979) di Gillo Pontecorvo? Una svolta si registra nel 1992 con la campagna pubblicitaria della Benetton, frutto del sodalizio con Oliviero Toscani. Gigantografie tappezzano le strade del mondo occidentale “ostendendo” il corpo di David Kirby, malato di AIDS, circondato dai congiunti sul letto di morte. Scrive Benjanim: “10 Ottobre 1928 [...] la nuova educazione popolare prende le mosse dal fenomeno delle visite di massa e trasforma la quantità in qualità, ovverosia ci si aspetta che la forma in cui le cose si lasciano rappresentare per noi nella maniera più perspicua operi sul sapere scientifico in maniera vivificante e stimolante” (Appunti sparsi da giugno a ottobre 1928, GS VI, p. 417).
Colorata artificialmente da Toscani, la foto era stata individuata affatto casualmente da Tibor Kalman, in quel
Foto di Therese Frare
periodo editor e 

collaboratore della Benetton. Scattata in bianco e nero da Therese Frare, all’epoca giovane studentessa di giornalismo, la foto ha fatto storia anche perché nel punctum di osservatore e fotografo è messo a fuoco uno spaccato della società civile alle prese con la sindrome da immunodeficienza acquisita (AIDS) che, partendo dagli States, cambia la storia dei diritti umani nel mondo.
La Frare scatta la foto nel 1990 per uso quasi privato o, comunque, amatoriale ma finisce su Life e vince il World Press Photo Award del 1991. La famiglia di Kirby ne autorizza poi la pubblicazione nella campagna della Benetton, che fa subito registrare accese polemiche con tanto di appelli istituzionali per entrare nel Guinness dei primati dell’anno 2000 come la campagna pubblicitaria più controversa della storia”.


domenica 29 novembre 2015

OLTRE LA CENA UN'ULTIMA SCENA. Conversazioni con Maria Cristina Madau


Lunedì 30 nov. 2015, alle 18.30, presso l’INSTITUT FRANCAIS di Milano in Corso Magenta 63

conversazione in occasione della presentazione
del Catalogo della Mostra 

OLTRE LA CENA UN’ULTIMA SCENA,

con artisti e critici tra cui: 

LUCIANO CRESPI, CHIARA GATTI,
PIETRO MARANI, 
MARIA CRISTINA MADAU, GIANCARLO RICCI.



lunedì 6 luglio 2015

L'IDOLO DALLA BIBBIA A LACAN. Intervento di Massimo Recalcati sul libro di SILVANO PETROSINO



Notevole quest'ultimo libro di Silvano Petrosino; fin dalla copertina dove il volto dell'Io e del suo trionfo idolatrico, si sfalda lentamente fino a svanire. E' il destino dell'idolo. E parimenti il destino che la psicanalisi assegna all'Io. 
Pubblichiamo  alcuni passi dell'intervento di Massimo Recalcati “La Repubblica” (2.6.15), sul libro del filosofo Petrosino, L’idolo. Teoria di una tentazione. Dalla Bibbia a Lacan (Mimesis 2015). 


La presentazione del libro si svolge 
martedì 24 novembre 2015, alle ore 18 
presso GALLERIA SAN FEDELE, Via Hoepli 3/b a Milano.
Intervengono:
 SILVANO PETROSINO (filosofo)
MARIO GIORGETTI FUMEL (psicoanalista)
LUCA MOSCATELLI (biblista)

(…) In un libro che mette coraggiosamente a colloquio la lezione della Bibbia e quella di Lacan, titolato L’idolo. Teoria di una tentazione: dalla Bibbia a Lacan (Mimesis), Silvano Petrosino prosegue la sua perlustrazione critica del nostro tempo iniziata con due formidabili e saettanti libri: Babele. Architettura, filosofia e linguaggio di un delirio (Melangolo, 2002) e Soggettività e denaro. Logica di un inganno (Jaca Book, 2012). 

Se le analisi sociologiche di Bauman mettono l’accento sul carattere “liquido” del discorso del capitalista, sulla sua tendenza alla dispersione e alla dissoluzione dei legami sociali, Petrosino ci indica come quel discorso proprio mentre azzera l’orizzonte simbolico del mondo offre al soggetto, attraverso la proliferazione mercificata di nuovi idoli, un rifugio, un riparo fantasmatico, una solidificazione della sua esistenza. Cos’è, infatti, un idolo? È una promessa di compattamento della vita umana. È una parte che il soggetto eleva alla dignità del tutto per sconfessare il carattere infinito del desiderio e la mancanza che esso porta irrimediabilmente con sé. In questo senso il culto dell’idolo è sempre un’operazione perversa, se la perversione è il tentativo di diventare padroni assoluti del proprio desiderio. Se, infatti, il desiderio è un’apertura che non si lascia mai colmare da nulla e se il soggetto del desiderio è un soggetto, come ci invita a pensare Lacan, lacunare, mancante, leso, l’inganno del discorso del capitalista consiste, secondo Petrosino, nel voler convertire la logica del desiderio in quella del bisogno offrendo al soggetto un oggetto in grado di garantirgli una consistenza.
L’idolo sorge, infatti, come oggetto capace di catturare fantasmaticamente il desiderio assorbendone la trascendenza. Per questa ragione l’idolo più grande, il più pericoloso, il più folle, è quello dell’Io. L’Io - come Lacan indica - non è altro che il soggetto “allo stato di idolo”, poiché l’idolo non è solo una falsa immagine di Dio, ma è soprattutto una falsa immagine dell’uomo. La tentazione più estrema sulla quale sia il testo biblico che quello di Lacan non risparmiano di ammonirci, è quella di fare dell’Io un oggetto capace di spurgare il soggetto di ogni mancanza e di ogni trascendenza. È il miraggio di falsa padronanza che ispira la perversione: il soggetto non appare più assoggettato alla trascendenza del desiderio, ma diventa padrone dell’oggetto del suo bisogno attraverso il suo possesso. È lo stesso inganno che pilota il collezionista che insegue l’ultimo agognato “pezzo” della sua collezione pur sapendo che nemmeno il possesso di questo pezzo potrà estinguere davvero la sua passione. L’idolo vorrebbe dare una consistenza sostanziale all’Io, renderlo autosufficiente, emanciparlo dalla trascendenza del desiderio, farne davvero l’ultimo “pezzo” della collezione. In realtà il culto dell’idolo si rivela essere una forma radicale di schiavitù: il soggetto si consegna al suo idolo perdendo se stesso. Non si soddisfa mai nel consumare l’oggetto, ma è piuttosto il godimento compulsivo degli oggetti che finisce per consumarlo. Cosa spinge l’uomo a fabbricare continuamente idoli se non per scansare l’impatto angosciante con la trascendenza del proprio desiderio? Con la propria libertà? Non è forse questo a cui alludeva anche Dostoevskij quando scriveva che «non c’è per l’uomo rimasto libero più assidua e tormentosa cura che quella di cercare un essere a cui inchinarsi»?